Qualche mese fa, in un periodo che sembra essere ormai molto lontano, abbiamo presentato il libro di un giovane autore tarantino, Giancarlo Caracciolo, intitolato “Internet ha ucciso il rock” (qui il link all’articolo apparso sul nostro magazine https://www.pugliarock.it/internet-ha-ucciso-il-rock-intervista-a-giancarlo-caracciolo/), in cui sostanzialmente si racconta l’impatto, non proprio positivo, che internet ha avuto sulla musica ed in particolare sul rock.

Questa situazione con la quale stiamo convivendo oggi, il corona virus ed il conseguente lockdown che ci ha allontanato dalla vita vissuta nelle strade a favore di una connessione digitale al resto del mondo (dagli affetti personali al lavoro) ha nuovamente modificato la fruizione della musica

Giancarlo, che ne pensi?

Da un lato abbiamo e stiamo sicuramente assistendo ad una rivalutazione di alcuni aspetti che abbiamo dato un po’ per scontato, come la possibilità di attingere a più tempo libero per approfondire le nostre passioni e attitudini, dall’altra il mondo digitale si è reso indispensabile per mantenere una connessione col mondo, cacciando gli spettri di quello che ormai è diventato uno degli incubi più comuni: la perdita del contatto con ciò che ci circonda. Tuttavia non credo basti un lockdown affinché si torni a dare un valore all’ascolto della musica, a maggior ragione per un genere come il rock con la perdita degli eventi live.

Tantissimi sono gli artisti che hanno deciso di affidarsi a internet per mantenere vivo il rapporto con i propri fans, ma diciamoci la verità, anche per combattere la noia derivante dalla forzata quarantena, affidandosi nella maggior parte dei casi ai propri smartphone per la registrazione spesso di bassa qualità di brani eseguiti voce e chitarra.

Il discorso sulla qualità mediocre è vero, però ho apprezzato la versatilità consentita dalla rete che si è dimostrata quantomeno in grado di non far calare ulteriormente l’attenzione e la curiosità. In particolare ho gradito il Together At Home concert e l’impegno tra i tanti di Lady Gaga. Vero anche che non dovevamo attendere una catastrofe per canalizzare le energie e l’impegno delle superstar della musica, la considero un’occasione “persa” e spero si possa recuperare per nuove lotte sociali, come quella contro l’inquinamento, idea che stuzzicava a Brian May. Per il resto credo sia cambiato poco, Tom Morello recentemente ha ammesso di essere arrabbiato del fatto che i ragazzi abbiano avuto tanto tempo a disposizione per suonare ma in realtà hanno fatto altro, tipo stare allo smartphone. Evidentemente non è ancora allineato col presente o mi dispiace dirlo da suo grande fan, forse è rimasto agli anni novanta.

È stato quindi il momento ideale per dedicarsi ad hobby e passioni artistiche?

Senz’altro lo è stato per molti di noi. Per quello che mi riguarda è stato il tempo in cui ho potuto finalizzare un nuovo libro di natura musicale, questa volta incentrato sui Muse e sul loro ego; spero di pubblicarlo in queste settimane, ci sarà tempo per parlarne meglio insieme.

L’emergenza sanitaria derivante dal Corona Virus ha portato sostanzialmente all’annullamento di tutta la stagione concertistica di quest’anno; il Primo Maggio romano invece si è svolto ma con una modalità del tutto nuova, con le band che si sono esibite, laddove possibile in studio ma senza pubblico, mentre altri artisti invece hanno registrato nelle loro case.

Come ti è sembrato?

Poco da dire, non ci voleva proprio, specialmente in un periodo in cui si ascolta musica con la stessa l’attenzione con cui si guardano gli spot pubblicitari su Instagram. Non ho i numeri ma credo che in pochi abbiamo seguito l’evento romano, in Italia siamo abituati al sole di Maggio e a vivere o omaggiare questo momento tra le persone. Per il resto è chiaro che fa male aver perso una marea di eventi e possibilità di assistere alle performance di grandi artisti. Per quanto mi riguarda penso ai Pearl Jam e ai Red Hot Chili Peppers previsti tra Emilia Romagna e Toscana, in Puglia a festival come il Cinzella che aveva intercettato Mark Lanegan per portarlo tra le nostre terre, per non parlare del Medimex che l’anno scorso ha fatto esibire Editors, Patti Smith e Liam Gallagher. Abbiamo anche privato della possibilità per tanti emergenti di mettersi in mostra. Bisognerà rimboccarsi le maniche e recuperare il terreno perduto.

Quale futuro ci aspetta adesso? Cosa cambierà secondo te adesso nel modo in cui la gente si approccerà alla musica suonata live?

Nonostante tutto confido ancora nella voglia di rivalsa, nella voglia della gente di tornare a vivere il momento della musica dal vivo e di cogliere quindi il meglio da una delle pagine più tristi della storia contemporanea (almeno per il mondo occidentale, quello storicamente più “fortunato”). Abbiamo toccato il fondo, ma quando si arriva a questo punto quale occasione migliore per ripartire? In Italia dovremmo essere bravi a rivendicare le posizioni e le ricchezze della musica e della cultura alle istituzioni, che sia Conte o il ministro Franceschini qualcuno dovrà favorire il ripristino di condizioni migliori, senza indugi. Altrimenti ci dovremmo abituare ai concerti in video party e alla disperata ricerca di attenzione anche da parte di nomi importanti. Non so te ma io ne ho già abbastanza.

Fabio De Vincentiis