Nell’epoca in cui i rapper giocano a fare gli dei e i trapper i finti diavoli, un chitarrista bianco dallo sguardo schivo, coi capelli lunghi separati da una riga al centro e che gira con una donna alla batteria (questo chi glielo spiega ai finti diavoli e alle loro fan?) non è facilmente vendibile sul mercato; anzi per dirla tutta è quasi impossibile da far ascoltare ad una platea che evoca spiriti di un tempo a cui Kurt Vile non appartiene.

Qualche tempo fa lessi un articolo che recitava qualcosa come: “È veramente difficile trovare una scusa per far ascoltare Kurt Vile a qualcuno.

Non potetti dare torto a quel giornalista di una nota testata nazionale. Conobbi Kurt Vile grazie ad Internet (si beffardo, proprio io che nel mio caro “Internet Ha Ucciso Il Rock”ho disegnato il più grande medium della storia come il più grande bluff della nostra era). A mia parziale discolpa però ammetto di aver sempre rovistato nei meandri della rete, meglio se scrutando qua e là tra personalità improbabili e frammenti di blog, nascosti in angoli che lo sono ancora di più.

Ecco, Kurt Vile lo si può trovare soltanto in uno di questi. Uno che canta l’America delle sei del mattino, non quella che a Las Vegas fa alba mentre ricarica la carta di credito sporca di rossetto e champagne per poi svuotarla in sessanta secondi, ma quella che alle sei del mattino ci impiega sessanta minuti per andare a lavorare, magari attraversando le strade di Lansdowne, dove Vile è nato, un sobborgo di poco più di diecimila anime perse della Pennsylvania che portano a Philadelfia, questa sì, la città della frenesia che una certa musica vuole ostentare come real life. Kurt Vile però suona un’altra musica. Quaranta anni portati dignitosamente male e una chitarra,o un banjo, che suonano un folk di un tempo in cui lui non era ancora nato.

Lo ascoltai per la prima volta in “Pretty Pimpin”, urban slang non facilmente traducibile in una sorta di “me ne frego e faccio a modo mio” (per i toscani più vicino al caro “fottesega”), un indie nel senso sano del termine, ormai abusato, di cui fai fatica a comprenderne il ritornello semplicemente perché non lo identifichi. Anche grazie al ritmo vincente e al riverbero della traccia “Dust Bunnies” mi convinsi che quel disco, “B’lieve I’m Going Down…” del 2015, meritava più attenzione.

Così ho iniziato a seguire le avventure di Vile, negli angoli, quelli reali, dove si può trovare uno così, come al Circolo Magnolia di Milano, dove i presenti lo hanno apprezzato nella classica atmosfera intima e di nicchia.

Il suo ultimo album “Bottle In It” ha fatto sì che Rolling Stone gli affibbiasse il titolo di “Cosmic Indie Guitar Hero“, trascinato da tracce d’altri tempi, tra cui gli otto minuti, che potrebbero durare anche otto ore di “Check Baby” non estratti come singolo (ad uno così cosa gliene può fregare).

Il 24 Settembre è tornato con un brano, “How Lucky” con John Prine, scomparso qualche mese fa, uno che del folk ha scritto la storia. A tal proposito Vile ha detto: “Eh ragazzi, stavo fluttuando e volando e non riuscivo a sentire nulla di quello che mi diceva mentre era lì, fino a che se ne andò. Un paio di sere successive stavamo suonando nuovamente insieme “How Lucky”, questa volta sul palco del Grand Ole Opry, la sera di Capodanno. Niente è come vedere John e la sua band di fratelli, la sua famiglia e gli amici, suonare nel nuovo decennio davanti ad un pubblico adorante su quel palco a Nashville…e, si, siamo stati davvero fortunati quella notte.

Classica modestia da chitarrista bianco, schivo,con dei capelli lunghi separati da una riga al centro.

Giancarlo Caracciolo