Continua il viaggio della casa editrice

pugliese Les Flâneurs nel mondo della musica

Abbiamo deciso di entrare nel mondo dello scrittore Otello Marcacci, cercando di studiare e capire cosa si cela all’interno del suo nuovo libro “La terra promessa. Autobiografia rock.” Un testo autobiografico ma incentrato sulla musica, e che è riuscito a catturare l’attenzione della casa editrice pugliese Les Flâneurs Edizioni, una realtà consolidata del nostro territorio e particolarmente attenta alle pubblicazioni letterarie di natura artistica.

Di seguito l’intervista a cura di Arianna Caprioli, a capo della direzione della collana Boulevard, per la quale sono stati anche pubblicati i libri “Internet Ha Ucciso Il Rock” di G. Caracciolo e “Edificio Fellini” di I. Cesarini.

Intervista a Otello Marcacci

A cura di Arianna Caprioli

Quando la passione per la musica è tale da costituire in qualche modo la bussola della propria vita, allora la vita stessa di una persona “normale” è degna di essere scritta, pubblicata e letta: rappresenta infatti un vero e proprio archivio di memoria da preservare, un atlante degli alti luoghi e dei sogni di intere generazioni ormai cresciute, una storia personale che compendia la storia di subculture in via d’estinzione.

È il caso di Otello Marcacci e del suo ultimo lavoro, La terra promessa. Autobiografia rock (Les Flâneurs Edizioni), nel quale il genere memorialistico è «solo un filo conduttore, un pretesto per rievocare canzoni e concerti, superstar e magnifici perdenti, locali underground come il CBGB e strade come Abbey Road […]». Una narrazione retrospettiva dallo stesso taglio leggero e ibridato che caratterizza tutti i titoli di Boulevard, la collana di saggistica divulgativa a tema musica, cinema e audiovisivi della casa editrice pugliese, ancora una volta attenta al mondo del rock e alle sue declinazioni.

1) Ciao Otello, partirei con una domanda a bruciapelo: cos’è che rende unico il tuo libro? Cosa diresti se dovessi presentarlo in una frase o due?

Direi che è un monumento. Un omaggio alla musica, alla famiglia, all’amore, ma soprattutto alla vita. Tutto è perfetto. Ora intendiamoci bene: io mi rendo perfettamente conto che una frase come questa si presta a essere attaccata in modo brutale da chi la legge con superficialità, ma quando la si riesce a capire si comprende anche che nulla succede per caso e si può arrivare ad accettare le situazioni senza giudicarle. Persino le più orrende. In altre parole: non è importante ciò che accade nella realtà, ma quello che succede dentro di te.

2) Hai già una carriera editoriale alle spalle. Alla luce delle tue esperienze e ispirazioni precedenti, avresti mai pensato di cimentarti con l’autobiografia? Come hai vissuto l’atto di fare i conti con i tuoi successi e fallimenti, passarli al setaccio e darli in pasto al mondo?

Mi voglio collegare alla risposta precedente. Poiché io credo che tutto avvenga secondo una perfezione che non ammette alternative, e ciò che accade e le persone che incontriamo o che se ne vanno dalla nostra vita sono esattamente ciò che doveva avvenire nel momento in cui doveva avvenire, anche questa esperienza alla quale tu accenni ha un suo preciso perché. Meditare profondamente sui miei fallimenti, ad esempio, mi ha fatto salire un gradino nel percorso di crescita personale. Ogni sofferenza, in generale, ha il dono di arricchirci e migliorarci se scopriamo la vera causa interiore del nostro dolore. È la vita che ci sta dicendo: “Non stai amando nel modo giusto. Né te stesso né gli altri”.

 

L’autore Otello Marcacci

3) Nel Prologo, o meglio, nell’Intro della Terra promessa affermi: «Io, per esempio, rammento perfettamente qual è stato il pezzo che mi ha permesso di evolvermi in un essere diverso. Quello senza il quale, sono certo, sarei rimasto per sempre ciò che ero, e che mi ha aperto un mondo che altrimenti non avrei mai conosciuto». Ritieni che la musica possa essere a tal punto pervasiva nella vita di un essere umano? Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta per te oggi il rock?

Mi piace pensarmi pitagorico e, pertanto, credo che la musica sia il primo e unico linguaggio universale. Tutto ciò che ci circonda è musica. Tutto. Anche se spesso lo chiamiamo rumore. Tra le sue tante funzioni la musica ha anche quella di aiutare a creare una nostra propria identità facendoci unire a persone con le medesime caratteristiche e il rock per me rappresenta esattamente questo. Poi, se vogliamo aggiungere qualcosa, direi che è anche un insieme di suoni organizzati che producono sentimenti di rabbia, dolore, tristezza o esaltazione. Può insomma diventare qualsiasi cosa noi desideriamo. Può farci piangere e poi sorridere, rilassare o innervosire. E soprattutto è in grado di plasmare le nostri menti.

4) Miglior e peggior concerto a cui hai assistito?

Per non essere banale eviterò qua di citare Bruce Springsteen (ma quello di San Siro del 21 giugno 1985 fu davvero speciale) e ti dirò invece di Willie Nile che è un personaggio che amo molto e che sarebbe dovuto entrare nel capitolo del libro dedicato ai magnifici perdenti, che sono coloro che amo di più. Willie è un genio musicale, con una rara sensibilità artistica, e ha scritto canzoni strepitose con testi e ritmiche di straordinario livello. Ha suonato come spalla persino con Bruce. Tuttavia, nonostante la critica eccezionale e i premi d’autore che ha ricevuto, non ha mai sfondato. Commercialmente parlando intendo. Bene, una volta l’ho visto in un concerto gratis a Calcinaia, provincia di Pisa, un paesino sperduto sulla piana dell’Arno, sopra un palchetto penoso in cui in genere i politici di provincia fanno i comizi, davanti a una manciata di persone perlopiù ignare di chi fosse, a cui lui ha poi cercato, alla fine del concerto, di vendere del materiale. Una roba che a ripensarci oggi mi vengono ancora i brividi. Per me, quello è stato il più bel concerto a cui ho assistito.

Il peggiore: John Mellencamp a Roma nel 2011. John è stato uno dei miei idoli di gioventù. Un personaggio carismatico e generoso, uno dei fondatori del Farm Aid, i concerti fatti annualmente per sostenere i piccoli agricoltori del Midwest che fanno fatica a campare. Quel tour era il primo che faceva in Italia, non potevo mancare, ma fu un disastro. Mellencamp obbligò gli organizzatori a far passare sul video, prima di iniziare, un lunghissimo film sugli agricoltori americani girato o prodotto da lui, non ricordo, che innervosì tutto il pubblico che non sentiva in alcun modo il problema al quale lui si riferiva e che si ritrovò a stare in piedi per ore ad aspettare. Lo show iniziò tardissimo. Indispettito dai fischi si lasciò sfuggire brutte imprecazioni e chiuse il concerto quasi subito. Cancellò quelli seguenti. Una brutta pagina sopra un carriera di primissimo livello.

5) C’è un capitolo, della tua vita e della tua storia musicale, a cui sei più legato? Se sì, coincidono? Ritieni che sia la musica ascoltata in un determinato periodo a influenzarne positivamente il ricordo o che viceversa siano le esperienze fatte a trasferire la propria essenza alle relative “colonne sonore”?

Ogni stagione ha i suoi frutti e tutti hanno sapori gustosi. Non riconoscere questa cosa è un limite. Quasi tutti rimpiangono la giovinezza dove tutto, in età avanzata, ci pare che fosse più semplice e luminoso e foriero di potenziale bellezza futura. La realtà, però, è che non lo era. A quell’età avevamo molti problemi di cui ci siamo dimenticati. Con la musica è la stessa cosa. Quella di un tempo ci porta riflessi di un’epoca sepolta che torna alla vita. Colonne sonore che ci permettono di risintonizzarci con una parte di noi che ancora vive da qualche parte. Einstein sosteneva che il tempo è come un fiume: il passato esiste contemporaneamente con il presente e il futuro. Fare un tuffo nei suoni a monte permette di capire anche quelli che arriveranno dopo di noi. Ecco perché non appartengo alla schiera di coloro che si sono imposti di ascoltare solo la musica del loro tempo. Panta rei. Tutto scorre e tutto è perfetto. Oggi faccio cose che da ragazzo mi era impossibile anche pensare e la musica ha colori che a volte mi infastidiscono ma non abbasso lo sguardo. Sono sempre curioso. Voglio capire. Sono uno dei marinai di Ulisse, e fatto non fui per vivere come bruto ma per seguir Bruce Springsteen e la sua band ma anche quelle che sono arrivate dopo.

6) C’è un periodo mai vissuto di cui hai nostalgia, un’era musicale che avresti voluto vivere appieno?

Se trovassi il mago della lampada gli chiederei di poter partecipare al concerto di Woodstock nell’agosto del 1969. Forse il momento più alto, almeno secondo me, di quella che viene conosciuta come musica rock. Quei ragazzi credevano che avrebbero potuto davvero cambiare il mondo. La storia ci racconta che sono stati poi sconfitti, ma il sogno è rimasto. E sta alle generazioni successive tenerne viva la memoria. Io ho preso in mano il testimone e nel libro La terra promessa gli ho dedicato praticamente un capitolo. Pensa che ho persino litigato con la brillantissima editor che invece voleva eliminarlo [ride]. Lo spirito di quegli anni me ne sarà per sempre grato.

7) La terra promessa ha come una sottotraccia, qualcosa che si può leggere tra le righe e gli eventi della tua biografia (e di quelle dei tuoi role models, idoli musicali e maestri di vita): sto parlando del tema della resistenza. Resistenza al tempo che passa, al senso comune, ai sogni tirati fuori dal cassetto ma poi evaporati, all’ineluttabile distanza tra quello che si immagina per sé durante la giovinezza e quello che si riesce poi a concretizzare. Tutto ciò è particolarmente evidente nel toccante capitolo dedicato ai Beautiful Losers, i magnifici perdenti. La tua non è mai una resistenza passiva ma una lotta combattuta attraverso la musica, la letteratura, il cinema, anche lo sport. L’arte è l’antidoto alla mediocrità, la chiave non solo per sopravvivere ma per vivere. È, questo, qualcosa di cui eri già consapevole oppure è emerso scrivendo?

Questa è una bellissima domanda. Per rispondere in modo degno però occorrerebbe parlare per almeno un’ora. Provo a sintetizzare al massimo il mio pensiero. Tu parli di resistenza. Io direi invece resilienza che è la capacità di autoripararsi dopo un danno e di riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante i mille imprevisti. Come probabilmente saprai, il termine resilienza viene dalla metallurgia, indicando la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate. Non tutti riescono a essere resilienti e comunque non sempre, e si può decidere così, più o meno coscientemente, di diventare dei perdenti. E forse, per collegarsi ancora a quanto detto all’inizio, è proprio quello il senso della loro esperienza terrena in questa vita. Tutto è perfetto. Anche quello che a noi pare a prima vista terribile. Io provo una grande simpatia umana per i perdenti, che mi attirano molto più dei vincenti. Non so, probabilmente è perché sono anche io uno di loro.

Mi piace comunque  da morire una parola giapponese, Nankurunaisa, credo sia una delle più belle del mondo e significa: “Con il tempo si sistema tutto”. Ed è propro così. Nel lungo periodo si capisce che quelle che si consideravano vittorie non lo erano poi davvero. Che il successo e la fama, i soldi e tutto ciò che fa fare la bella vita non è quello che riesce a dare la felicità. Aristotele c’ha scritto la sua opera più bella e importante, sopra questo concetto (l’Etica Nicomachea). Non voglio spoilerare chi non l’ha mai letta ma lui sostiene che solo nel riuscire a sviluppare bene il proprio daimon ci si può riuscire. Non è un caso che felicità in greco si dica Eudaimonia. Il vero problema è che molti di noi non sanno qual è il proprio daimon. Di nuovo ci vengono in soccorso i greci, l’Oracolo di Delfi, “Conosci te stesso”. Questa la vera ricerca da fare. Capire chi siamo, quali sono le nostre qualità che non ha nessun altro. Secondo misura, aggiungeva Platone. Insomma, evitiamo di pensare di poter vincere il premio Nobel per la letteratura. Se sei Marcacci, scrivi i tuoi libri come vuole il tuo daimon e godi di questo.

E per finire una cosa che mi preme tanto sottolineare perché è stata la base di (quasi) tutti i miei romanzi. La mediocrità NON ESISTE. Esiste la distanza tra la percezione che abbiamo di noi stessi e ciò che riusciamo davvero a raggiungere. Sono in altre parole le aspettative che ci fregano. E per me la nuda osservazione dei fatti senza giudicare è la massima espressione di intelligenza possibile.

8) Nel ringraziarti per questa intervista, ti chiederei di consigliarci una canzone sulle cui note iniziare a leggere La terra promessa. Autobiografia rock, Les Flâneurs Edizioni.

La risposta qua è obbligatoria e non può che essere Bruce Springsteen. Un po’ perché il libro è incentrato sulla sua figura, sia per ciò che ha prodotto sia per gli effetti che la sua musica ha avuto nella mia vita. La canzone che dovreste scegliere è Thunder Road, che non è nemmeno la sua migliore, o almeno quella che io indicherei come tale, ma perché dà il senso di inizio di un’avventura. Questa cosa è spiegata bene (spero) nel libro dov’essa è sviscerata anche nell’analisi testuale. È quella con cui inizia Born to Run, l’album che lo ha consacrato come superstar e sta lì a dire a chi ascolta “Ecco quello a cui andrai incontro”. E mi piacerebbe fosse lo stesso con il mio libro. E, se posso, aggiungo che la versione live, quella dal suo album doppio 1975-1985, è la più bella in assoluto.