Con “The Myth Of The Happily Ever After” il trio scozzese chiude il concept aperto con “A Celebration Of Endings”. Il risultato è un lavoro straordinario.

Simon Neil non è uno di cui si sente parlare troppo, anzi a dire il vero di lui si parla troppo poco, così come dei fratelli Jim e Ben Johnston. È da questo silenzio da parte dei Biffy Clyro che trapela un modo di lavorare unico e stranamente umile per i tempi che corrono, che il 22 Ottobre condurrà alla pubblicazione a sorpresa del disco “The Myth Of The Happily Ever After”, il decimo della loro carriera.

L’album completa il lavoro del precedente “A Celebration Of Endings”, molto apprezzato dai fan e soprattutto dalla critica internazionale, e riesce nella straordinaria impresa di spingersi addirittura oltre.

Nella storia musicale recente, mai era successo che riviste britanniche come Kerrang!, NME o la webzine americana Sputnikmusic, tutte riconosciute come fonti di critica attendibili ed autorevoli, si schierassero apertamente in maniera unanime a favore di questo disco, conferendogli lo stato di un termine tanto abusato soprattutto in anni di decadenza culturale: capolavoro.

Ebbene “The Myth Of The Happily Ever After” è a tutti gli effetti un’opera di eccellenza, dove arte strumentale, canora e di composizione riescono a fondersi in maniera sapiente, superando qualsiasi confine di genere.

Definire infatti questo disco progressive rock sarebbe limitante, definirlo art rock sarebbe forse il termine più appropriato. 

Tutto il disco è un viaggio, ed è un viaggio particolare, prima di tutto perché non si può non considerare come questa band sia stata in grado in meno di dieci anni di pubblicare circa ottanta brani inediti, con gli ultimi undici a costituire questo album, e poi perché è un viaggio unico in un mondo artistico ed astratto, colorato e pixellato come parte della copertina che contraddistingue la dilogia. 

L’apertura onomatopeica del brano DumDum riapre quindi quel mondo che sembrava essersi chiuso appena un anno prima capovolgendolo, perché le strutture delle canzoni iniziano a sembrare ribaltate, grazie ad un livello di creatività incredibile curato con arrangiamenti e una produzione di una meticolosità estrema, e perché il mondo in questi mesi è straordinariamente cambiato, così come le prospettive del frontman Simon Neil, che si è espresso con queste parole: “non significa dire che “The Myth…” è una versione scoraggiata o negativa. Tuttavia, è intensamente arrabbiato, rievoca i primi giorni della band più di qualsiasi altro disco prima, mentre nutre un’aria di cinismo che sembra l’antitesi diretta del suo predecessore.

E allora si inizia a dubitare che quel volto mistico, mascherato da una pennellata di azzurro che ha caratterizzato la copertina del precedente A Celebration Of Endings potrebbe non essere altro che Dio, di cui in questo disco nella traccia Errors In The History Of God, si rimarcano gli errori nella sua visione ed interpretazione, un brano eccellente, tra i migliori dell’intero disco.

Le copertine di “A Celebration Of Endings” e “ The Myth Of The Happily Ever After”

In realtà tutte le canzoni sono frammenti di arte meravigliosa, a cui si fa fatica conferire un genere definito, un progressive rock energico ed originale come quello del primo singolo Unknown Male 01 e del brano A Hunger In Your Haunt. Nel mezzo c’è quello più sperimentale dell’altra perla del disco Haru Urara, e ancora il synth pop del brano Existed, una sorta di Re-arrange 2.0 (la hit che li ha resi familiari anche tra il pubblico mainstream). 

Un trionfo di musiche ma anche di parole, riportate “a mano” nel booklet interno al disco, da cui si nota una curiosità: mentre Cop Syrup il brano finale di A celebration of endings si caratterizza per un chiarissimo “vaffa***** a tutti”, in questo lavoro la band capovolge le indicazioni e nel brano Slurpy slurpy sleep sleep, che chiude straordinariamente la dilogia con un intro/outro ipnotico, il messaggio è esattamente l’opposto: “non perdere tempo, ama tutti”.


Estratto dal booklet di “ The Myth Of The Happily Ever After”

Un disco eccezionale dall’inizio alla fine, ricco di arte viva presente in ogni brano e in ogni nota, e che dopo una settimana dalla pubblicazione è ovviamente in testa alla classifica composta da vendite fisiche e ascolti in streaming dell’intero Regno Unito, quasi in maniera silente; perché sarà pur vero che la compagine di Simon Neil è una di quelle che parla poco, ma lontano dalle telecamere il trio scozzese si conferma tra le migliori rock band dell’ultimo decennio.

Giancarlo Caracciolo