Lo possiamo dire: ha vinto la canzone più bella! E non è una cosa scontata, anzi, di solito a trionfare è una canzone media, magari bella, ma non la migliore.

Questa volta invece non è così perché Diodato (voto: 9) è stato una spanna sopra gli altri fin da subito, grazie a una canzone intensa e ben scritta, accompagnata da una interpretazione impeccabile in tutte le serate, merito anche dell’arrangiamento di Rodrigo D’Erasmo, e che gli è valsa anche il Premio della Critica e il Premio della Sala stampa.
 
Ma un plauso va di diritto anche agli altri due che hanno occupato il podio: Francesco Gabbani (voto 8) e i Pinguini tattici nucleari (voto 8) con due canzoni che sembrano un inno alla leggerezza, portando sul palco, oltre la bravura anche un po’ di allegria e simpatia. Tutto questo ha fatto sì che quello di quest’anno sia stato uno dei podi qualitativamente più alti degli ultimi anni, facendo sembrare preistoria i trionfi di Povia Marco Carta, Valerio Scanu, il Principe Filiberto e compagnia “cantante”. In più, c’è da sottolineare che nessuno dei primi tre classificati esce da un talent, a dimostrazione che la gavetta ripaga sempre.
 
 
Tra gli altri pezzi forti di questa edizione figurano le canzoni di Irene Grandi (7) e Piero Pelù (7), che grazie alla loro grinta sul palco possono ambire a una seconda giovinezza artistica; molto bene Raphael Gualazzi (7,5) e Levante (7), che purtroppo non sono rientrati nei primi dieci, ma avranno tante cose da dire; è cresciuta anche Elodie (7) con un bel pezzo scritto da Mahmood, non male neanche Le Vibrazioni (6,5), anche se ancora lontani dai fasti di un tempo. Il pubblico fischia quando non li vede sul podio, ma non è uno scandalo, dato che la canzone era nettamente inferiore rispetto ai primi tre.
 
Capitolo rapper: alla grande Anastasio (8), immeritatamente fuori dalla top 10, e Rancore (7,5), che in top ten ci è entrato quasi a sorpresa, e si è beccato il Premio Miglior Testo. I due sono la dimostrazione tangibile di quello che dovrebbe essere il rap. Un po’ più indietro Achille Lauro (7) (il suo ottavo posto forse è ritenuto troppo generoso dal pubblico in sala)ma comunque con un gran pezzo (anche se inferiore a Rolls Royce), e chi lo giudica per il suo modo di apparire non è altro che un retrogrado. Sicuramente lui è furbo, ma in compenso ha un suo talento musicale. Decisamente più indietro l’altro “cattivo” Junior Cally (5,5), che da lupo nero si ritrova ad essere agnellino al penultimo posto.
Capitolo classici: ottima Tosca (7), il suo brano non facile vince il Premio della Migliore Composizione Musicale, come una rivincita di una interprete fin troppo sottovalutata; mi aspettavo di più da Paolo Jannacci (6), forse troppo legato e meno istrionico del solito; non deludono, invece, Michele Zarrillo (6) e Marco Masini (6,5) che rimangono una garanzia “sanremese”.
Rispetto alle attese della vigilia, ne escono tutto sommato bene Rita Pavone (5,5) e Elettra Lamborghini (5,5), anche se la prima ci mette solo la grinta e l’altra solo il twerk. Ne escono, invece, in tutti i sensi Bugo e Morgan (6). Effettivamente il festival stava proseguendo troppo tranquillamente, visti gli standard di Morgan. L’episodio conferma, se ce ne fosse bisogno, che l’ex Bluvertigo è ormai un cantante afono, e un fenomeno da baraccone vivente.
Veniamo adesso ai pezzi minori: evanescente Enrico Nigiotti (5,5), occasione persa per una affermazione definitiva, decisamente deboli Giordana Angi (5), Riki (5) e Alberto Urso (5), a dimostrazione, guardando anche la classifica finale, di quanto la scuola di Amici può considerarsi ormai superata.
Da ultimo voglio dare un giudizio al direttore artistico Amadeus. Ebbene ha vinto la sua battaglia, e ha due meriti in particolare: aver combinato un cast musicale contemporaneo che rispecchia la vera faccia della musica italiana, e aver adottato un sistema di voto misto in cui tutte le componenti (televoto, sala stampa e demoscopica) hanno lo stesso peso sull’esito finale (33%), e questo ha contribuito affinché la classifica finale, tutto sommato, sia proporzionale alla qualità vista. 
Per il prossimo anno vorrei fare dei suggerimenti, indipendentemente da chi sarà il direttore artistico, per migliorare la “macchina Festival”:
– eliminare la categoria Nuove proposte, dato che ormai la differenza con i “Big” non è più così marcata come un tempo, e in questo Baglioni lo scorso anno ci aveva visto giusto.
– Eliminare la giuria demoscopica dal sistema di voto, tanto nessuno sa che faccia abbiano, e, al loro posto, dare un maggior peso al voto dei maestri d’orchestra (l’ideale sarebbe togliere il televoto, ma finché ha la stessa incidenza delle altre giurie ci può anche stare).
– Eliminare questa cagata della serata delle cover. Ok quest’anno Sanremo festeggiava 70 anni e poteva anche starci un omaggio, ma dall’anno prossimo è necessario ridare centralità ai progetti inediti dei cantanti.
– Creare uno spettacolo più fruibile: mettere al centro le canzoni in concorso e non infarcire il menù di superospiti o presunti tali, che fanno slittare chi è in gara alle prime ore del mattino, ed è una mancanza di rispetto per il pubblico e per l’artista stesso.
-Limitare il budget per vallette e attori e chiamare un mostro sacro della musica internazionale, che negli ultimi due anni se ne è sentita parecchio la mancanza.
Detto questo, chiudo con un piccolo riepilogo degli ultimi cinque vincitori: Stadio, Francesco Gabbani, Ermal Meta e Fabrizio Moro, Mahmood e Diodato. Un dato confortante che fa sperare che forse le cose stanno prendendo una direzione diversa, migliore del passato, dove a trionfare sono la creatività e la gavetta a scapito di finti fenomeni. W Sanremo!
 
Pagelle di Ivan Cecere.