In un anno carico di incertezze e di malessere come questo nefasto 2020, un nuovo album degli AC/DC rappresenta sicuramente una di quelle certezze alle quali fa bene aggrapparsi per stare meglio, almeno per quei 41 minuti di durata del disco stesso.
E’ superfluo quindi sottolineare che non ci saranno sorprese e che “POWER UP”, diciassettesimo lavoro inedito della band australiana è destinato ai loro fans e non convincerà nuovo pubblico a seguirli; ma del resto ne hanno bisogno?
Direi di no, visto che le vendite volano e stando alle statistiche che provengono da oltreoceano PWRUP arriverà entro pochi giorni a 100mila “copie fisiche” vendute confermando che il rock tutela l’ attitudine della sua utenza a premiare l’artista con l’acquisto materiale della sua musica. Una forma di riconoscenza, di fedeltà, che resta accesa grazie alla forza della passione, e che proprio come il fulmine, simbolo iconografico della band, si fa luce negli interminabili meandri grigi di oggi, caratterizzati dall’ascolto effimero dei servizi in streaming.

Ma tornando alla musica, ascoltare gli AC/DC è come mettersi ad ascoltare un album di blues in cui sai già cosa ti aspetta e non ci si chiede il come o perché; c’è solo da godere senza stare a ricercare similitudini con brani dal passato.
E quindi largo ai soliti accordi granitici conditi dai riff infuocati di Angus Young e con la voce sempre più graffiata e graffiante di Brian Johnson; nella band sono anche tornati a suonare il batterista Phil Rudd ed il bassista Cliff Williams, che erano usciti dalla band in diversi momenti negli scorsi anni. Manca purtroppo all’appello per la prima volta Malcom Young, morto nel 2017, a cui PWRUP è dedicato.
L’album si apre benissimo con “Realize” e “Rejection”, seguita dall’ instant classic “Shot in the Dark”, primo singolo del nuovo lavoro. A questo seguono due brani che potrebbero essere anche eletti come i migliori dell’intero lavoro; a “Through the Mist of Time” non si può resistere, positivo dalla prima nota e con un ottimo ritornello destinato a diventare uno dei momenti da cantare in coro durante i concerti abbracciandosi col vicino (ritorneremo a farlo…dateci solo un po’ di tempo) mentre con “Kick You When You’re Down” si cambia mood ma il brano è anch’esso uno di quelli che rimangono in mente fin dal primo ascolto.
“Witch’s Spell” scorre liscio senza sussulti per lasciare spazio a “Demon Fire” e qui il gioco si fa serio; la voce di Brian diventa inizialmente molto profonda e il riff di Angus è perfetto. Uno degli episodi migliori dell’album.
La seconda parte del disco rimane estremamente godibile ma forse leggermente sotto tono rispetto al resto e per tornare allo stesso livello dobbiamo attendere l’ultimo brano “Code Red” , dove è ancora la chitarra dello “scolaretto” a marchiare a fuoco con uno dei soliti riff “finger twisting” e con un assolo assolutamente all’altezza della sua fama.
I ragazzi sono quindi in ottima forma e hanno sfornato un lavoro che pur non aggiungendo nulla di importante alla loro storia rimane assolutamente degno del loro prestigioso passato.
L’unica incertezza a questo punto è: quando riapriranno le arene riusciranno a suonarlo live? O sarebbe meglio dire, la voce di Brian riuscirà a tenere botta? (su Angus non ci facciamo più domande, ha più vite lui di un gatto).
Purtroppo per avere queste risposte dovremo attendere ancora alcuni mesi, è allora c’è solo una cosa da fare: alzare il volume perché gli AC/DC sono tornati!! POWER UP!!

Fabio De Vincentiis