PROLOGO: L’ IMPATTO DELLA METEORA

Quei capelli platinati sparati all’insù come se fossero delle piccole treccioline che non rispondevano ad alcuna forma di gravità non lasciavano ben sperare. Il piercing all’interno del labbro, qualcosa che, durante la mia adolescenza in qualche modo è riuscito spesso a suscitarmi un po’ di senso di disagio, ancora meno. Quel cantante, se confrontato ai beniamini dei primissimi anni duemila come Mark Hoppus dei Blink 182 e Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers, aveva tutta l’aria di essere molto inquietante. In quell’estate del 2001 la sua voce molto quando esposta in maniera candida e delicata, riusciva a tranquillizzare lo stato emotivo del ragazzino tanto esagitato che ero e anche quello di tanti, tantissimi, a posteriori se ne potranno contare decine di milioni su tutto il pianeta; non appena però il ritornello di Crawling aggrediva almeno quanto il cameraman alle spalle della regia del videoclip, le strofe della coppia Bennington Shinoda lasciavano perplessi.

A volte e con non poche titubanze, nei pomeriggi trascorsi tra il fare finta di studiare e il consumare le programmazioni di MTV Italia, di cui conoscevo quasi a memoria palinsesti e relativi orari di trasmissione, percepivo di sentirmi quasi di impormi di ascoltare il brano fino alla fine, in costante programmazione almeno tre, quattro volte al giorno. Il primo incontro coi Linkin Park fu piuttosto invasivo, a 14 anni ancora da compiere ero sì già rodato per digerire il suono robusto di strumenti come chitarre, bassi e batterie, ma non ero pronto a degli acuti così striduli e contraddistinti da un inquieto impatto emotivo dirompente e prepotente. C’era però qualcosa che mi induceva a perseverare nell’ascolto, che mi portava verso di loro e verso quella coppia di facce da finti bad boys americani da filmografia adolescenziale che, nel loro avvicinarsi alle telecamere, sembravano avere tutta la voglia di sfasciare il televisore che ci separava. Non feci però a tempo a carpire, intercettare e decodificare quel segnale, la rotazione del videoclip di Crawling fu piuttosto breve. A Giugno fu il turno di Papercut e per una televisione come MTV, che viveva di sponsorizzazioni di artisti tramite la diffusione dei loro videoclip, tenerne in circolazione contemporaneamente due differenti per lo stesso artista, poteva risultare un problema di sostentamento o più plausibilmente una disattesa rispetto ad accordi di natura commerciale. A differenza del singolo precedente, Papercut piacque molto di più già dai primi ascolti al pubblico di TotalRequest Live Italia, programma televisivo basato sulla promozione dei videoclip secondo i pareri degli spettatori, che con i propri consensi spesso trascinava il singolo ai vertici delle classifiche del programma targato, nemmeno a dirlo, MTV. Quel brano divenuto poi storico, fu vera e propria energia libera, e per un ragazzino esagitato l’energia libera è linfa vitale, ma era allo stesso tempo più melodico, più compiacente alle orecchie di un quattordicenne che non sapeva suonare uno strumento, se non una tastiera approcciata freddamente per assecondare l’insegnante di musica, più che un improbabile talento nascosto. I capelli platinati con cui nel videoclip di Crawling in primavera Chester Bennington fece il giro del mondo, vennero sostituiti da una cresta rosso rubino (in quel 2001 cambierà acconciatura 11 volte per poi iniziare a perdere ciuffi dalla chioma), mentre l’ambientazione si rifaceva a scenari cinematografici da cinema dell’orrore: tutto tremendamente figo e dall’impatto visivo (di cui parlerò in seguito) sublime, poi rivelatosi attrattivo e quindi abbagliante per milioni di adolescenti dall’animo inquieto e furioso.

Fu solo un paio di mesi dopo, agli MTV Video Music Awards dei primissimi di Settembre, (poco meno di una settimana prima dell’attacco terroristico alle Twin Towers) che la macchina da guerra Linkin Park si presentò al mondo con tutta la sua potenza di fuoco possibile, fino a quel momento forse la più alte mai registrate in un evento live trasmesso su scala globale ad una platea essenzialmente popolare. Il programma era agli apici, e a delle star veniva concesso l’onore di aprire le danze presentando gli ospiti. A Ralph Dale Earnhardt Jr. noto pilota americano di auto da corsa, nonché figlio d’arte e icona dell’automobilismo a stelle e strisce, il compito di presentare la band.

Un po’ impacciato e visibilmente emozionato, il pilota si presenta sul palco e al suo ingresso è associato come brano di sottofondo Rollin’ dei “rivali” Limp Bizkit, ironia della sorte all’apice del loro successo nella scena Nu Metal americana. Aprì la breve presentazione con una frase traducibile in: “mi piace la musica che è come le auto che guido, veloce e rumorosa. Loro non raggiungeranno la mia velocità ma di sicuro fanno un gran casino”.

I Linkin Park si presentarono sul palco del Metropolitan Opera House di New York con delle magliette a maniche corte e dei vestiti casual, ma soprattutto arrabbiati all’estremo, come se già si trattasse dell’ultima occasione della loro vita per impressionare il mondo. Alle loro spalle un trio di dj, gli X-Ecutioners, scratchava sui dischi, forse per molleggiare il suono del brano One Step Closer e renderlo più affine alle grandi platee che in diretta o in differita assistettero allo show. All’urlo “Shut Up!”, che negli anni diverrà il grido simbolo delle sue capacità canore, Bennington pareva quasi essere uscito fuori di senno; non sembrava di assistere ad uno spettacolo di MTV, o meglio ero incredulo a ponderare come potesse essere la stessa emittente televisiva che qualche minuto prima mi riempiva di agonia con il Sole, Cuore, Amore di Valeria Rossi. Quasi alla fine della performance, quando ormai le corde vocali di Bennington chiedevano pietà e la schiena del chitarrista Brad Delson chiedeva una sedia, spensi il televisore e pensai: “questi sono troppo fuori di testa per me”.

Dopo un paio di mesi un ritaglio di giornale afflitto sul muro della mia stanza recitava: “Hey Mr. Durst, adesso tocca  a noi” con sopra il faccione dei sei e affianco un paragrafo dedicato agli Staind, anche loro in clamorosa ascesa nella scena rock americana. Osservandolo spesso mi ritrovavo a riflettere e a ripensare a quella performance, a Durst, leader dei LimpBizkit, e alla loro hit scelta dalla trasmissione come sottofondo alla presentazione della performance dei nuovi detentori dello scettro di paladini del Nu Metal; ironia della sorte, il beffardo passaggio di consegne era ormai avvenuto, contestualmente al mio beffardo ingresso nel mondo dei Linkin Park.

CAPITOLO PRIMO:

HISTORY: RELATIVE DEGREE, XERO e HYBRID THEORY

Riuscire ormai a reperire informazioni sull’origine di una band, in particolare se si tratta di una delle più note dell’era digitale, è roba da ragazzi, anzi ormai da bambini, vista la familiarità con cui gli stessi attingono alle nuove tecnologie e la rapidità con cui imparano a rapportassi con esse. Per comprendere a pieno il senso di questo scritto, bisogna necessariamente fare uno sforzo maggiore, e tentare di immedesimarsi nel contesto artistico e perché no, per quanto difficilmente ricostruibile, anche in quello sociale, nel quale i giovanissimi Linkin Park si trovarono a convivere. Il nucleo primordiale della band si conobbe alla UCLA, la più nota Università dello stato della California, e questo già di per sé rappresenta a pieno una caratteristica peculiare e rara nel mondo musicale, in particolare nella scena rock. Un’ università di tale prestigio mondiale non è esattamente un contesto nel quale dei ragazzi disagiati possono conoscersi, il che lascia intendere che vi siano delle buone possibilità che gli interessati possano appartenere ad un ceto sociale di rilievo, oltre a vantare ottimi standard culturali. Non a caso infatti Brad Delson, riccio chitarrista fanatico dei Metallica e fondatore della band, soprannominato BBB (Big Bad Brad) mancherà l’appuntamento con la sua seconda laurea in giurisprudenza, ma soltanto dopo quella ottenuta in comunicazione; il giovane batterista Rob Bourdon vantava in famiglia rapporti amichevoli e confidenziali con Joey Kramer, batterista degli Aerosmith. Joseph Hahn, DJ di origini coreane della band, può contare su studi cinematografici, così come altri membri della band hanno all’attivo studi universitari e corsi in centri privati per graphic designers. In sostanza la condizione di partenza della prima formazione nota come “Relative Degree”, e la cui composizione includeva Brad Delson e proprio Bourdon, godeva di una formazione culturale e collocazione sociale non indifferente, un patrimonio umano che inevitabilmente gioverà alla consapevolezza e alle conseguenti direzioni della band, che da lì a pochi mesi traguarderà obiettivi straordinari ma affronterà anche numerosissimi ostacoli.

Il progetto “Relative Degree” morì sul nascere, secondo alcuni subito dopo la prima esperienza dal vivo, sostituita dal progetto “Xero” con l’ingresso di Mike Kenji Shinoda, rapper, chitarrista, pianista, disegnatore, che diverrà il cervello della band, di DJ Hahn, di Dave Farrell e di Mark Wakefield, primo vocalist della band.

Una delle caratteristiche che più mi incuriosii fu quella dettata dalla volontà di fusione di elementi distinti fra loro, e che poi si è riversata inevitabilmente nel percorso artistico degli Xero. In alcune interviste rilasciate durante gli esordi come Linkin Park, alcuni membri del gruppo (presumibilmente Shinoda e Delson) ammisero che erano affascinati dagli esperimenti di incroci filo-botanici tra frutta e verdura. Quella che può sembrare una banalità, è da considerarsi invece una vera e propria caratteristica forgiante la propria curiosità.

Come riportato ufficialmente dal produttore discografico Jeff Blue, gli Xero però ebbero forti difficoltà a convincere le case discografiche a farsi promuovere, con ben 43 etichette che si rifiutarono di sottoporre loro un contratto, una situazione a dir poco sconfortante che indusse Wakefield e Farrell (che tornò qualche anno dopo) ad abbandonare il progetto. Tramite contatti del produttore discografico, nel 1999 si arrivò a Chester Bennington, giovane cantante di Phoenix, Arizona, militante nella band grunge Grey Daze. Stando alle dichiarazioni di Blue, avrebbero contattato Bennington chiedendo lui se “volesse fare la storia diventando il prossimo grande cantante in una band di cui nessuno ancora aveva sentito parlare”. Chester avrebbe colto l’opportunità con entusiasmo abbandonando la festa del suo compleanno per cantare sulle demo pervenitegli. Il produttore rimase sconvolto e incantato dall’interpretazione vocale di Bennington, contattò quindi Brad Delson e Mike Shinoda dicendo loro che Chester era in direzione Los Angeles. Nel frattempo Delson che aveva ascoltato le demo registrate da Bennington, si emozionò a tal punto da arrivare quasi a commuoversi: “è così delicato nelle strofe e così armonioso nelle parti dure… dobbiamo incontrare questo ragazzo!” Nell’ ufficio di Blue si presentò, a suo dire, un giovanissimo ragazzo sorridente e timido; nemmeno lui credeva che quella persona davanti ai suoi occhi, impacciata e con degli occhiali a fondo di bottiglia, era lo stessa che aveva registrato quella voce. L’aspetto curioso di tale storia, è che Bennington aveva molta paura per ciò che stava per accadergli. Con pochi, pochissimi soldi da parte, sposato da poco tempo con Samantha Olit e con un bambino, il piccolo Jamie avuto da una precedente relazione, da accudire. Dall’altra parte la band invece, probabilmente anche forte della breccia sul produttore americano e viste le parole al telefono di apprezzamento dello stesso nei confronti di Chester, si sentiva già pronta a conquistare il mondo.

Dopo il suo ingresso il gruppo cambiò il nome in “Hybrid Theory”, ma stando a delle loro dichiarazioni risalenti agli inizi del duemila, un’altra band, i gallesi Hybrid, tramite l’ausilio di legali, imposero loro un cambiamento di nome. Col senno di poi, una scelta commerciale nefasta, se si considera al latere del successo e con l’ingresso nel mondo digitale, cosa avrebbe significato per gli sconosciuti “Hybrid”, essere protagonisti collaterali delle ricerche web dell’intero pianeta relativamente a quelli che sarebbero dovuti essere gli “Hybrid Theory”.

C’è un Lincoln Park in ogni angolo degli Stati Uniti” esternò Chester, dopo un giro tra le strade di Santa Monica. La band, mantenendo fede alla teoria ibrida e della mescolanza di generi già coltivata dai tempi degli Xero, cambiò ufficialmente nome in Linkin Park, ma conferì al disco di debutto proprio le parole concepite per identificare al meglio la propria essenza, la propria identità, il proprio DNA, in modo da creare un legame identitario indissolubile, quasi etereo: HybridTheory. Due parole che resteranno per sempre associate all’immaginario collettivo che accompagnerà la band alle porte spalancate verso l’ ingresso nella storia.