PROLOGO: L’ IMPATTO DELLA METEORA

 

Quei capelli platinati sparati all’insù come se fossero delle piccole treccioline che non rispondevano ad alcuna forma di gravità non lasciavano ben sperare. Il piercing all’interno del labbro, qualcosa che, durante la mia adolescenza in qualche modo è riuscito spesso a suscitarmi un pò di senso di disagio, ancora meno. Quel cantante, se confrontato ai beniamini dei primissimi anni duemila come Mark Hoppus dei Blink 182 e Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers, aveva tutta l’aria di essere molto inquietante. In quell’estate del 2001 la sua voce molto quando esposta in maniera candida e delicata, riusciva a tranquillizzare lo stato emotivo del ragazzino tanto esagitato che ero e anche quello di tanti, tantissimi, a posteriori se ne potranno contare decine di milioni su tutto il pianeta; non appena però il ritornello di Crawling aggrediva almeno quanto il cameraman alle spalle della regia del videoclip, le strofe della coppia Bennington Shinoda lasciavano perplessi.

A volte e con non poche titubanze, nei pomeriggi trascorsi tra il fare finta di studiare e il consumare le programmazioni di MTV Italia, di cui conoscevo quasi a memoria palinsesti e relativi orari di trasmissione, percepivo di sentirmi quasi di impormi di ascoltare il brano fino alla fine, in costante programmazione almeno tre, quattro volte al giorno. Il primo incontro coi Linkin Park fu piuttosto invasivo, a 14 anni ancora da compiere ero sì già rodato per digerire il suono robusto di strumenti come chitarre, bassi e batterie, ma non ero pronto a degli acuti così striduli e contraddistinti da un inquieto impatto emotivo dirompente e prepotente. C’era però qualcosa che mi induceva a perseverare nell’ascolto, che mi portava verso di loro e verso quella coppia di facce da finti bad boys americani da filmografia adolescenziale che, nel loro avvicinarsi alle telecamere, sembravano avere tutta la voglia di sfasciare il televisore che ci separava. Non feci però a tempo a carpire, intercettare e decodificare quel segnale, la rotazione del videoclip di Crawling fu piuttosto breve. A Giugno fu il turno di Papercut e per una televisione come MTV, che viveva di sponsorizzazioni di artisti tramite la diffusione dei loro videoclip, tenerne in circolazione contemporaneamente due differenti per lo stesso artista, poteva risultare un problema di sostentamento o più plausibilmente una disattesa rispetto ad accordi di natura commerciale. A differenza del singolo precedente, Papercut piacque molto di più già dai primi ascolti al pubblico di Total Request Live Italia, programma televisivo basato sulla promozione dei videoclip secondo i pareri degli spettatori, che con i propri consensi spesso trascinava il singolo ai vertici delle classifiche del programma targato, nemmeno a dirlo, MTV. Quel brano divenuto poi storico, fu vera e propria energia libera, e per un ragazzino esagitato l’energia libera è linfa vitale, ma era allo stesso tempo più melodico, più compiacente alle orecchie di un quattordicenne che non sapeva suonare uno strumento, se non una tastiera approcciata freddamente per assecondare l’insegnante di musica, più che un improbabile talento nascosto. I capelli platinati con cui nel videoclip di Crawling in primavera Chester Bennington fece il giro del mondo, vennero sostituiti da una cresta rosso rubino (in quel 2001 cambierà acconciatura 11 volte per poi iniziare a perdere ciuffi dalla chioma), mentre l’ambientazione si rifaceva a scenari cinematografici da cinema dell’orrore: tutto tremendamente figo e dall’impatto visivo (di cui parlerò in seguito) sublime, poi rivelatosi attrattivo e quindi abbagliante per milioni di adolescenti dall’animo inquieto e furioso.

Fu solo un paio di mesi dopo, agli MTV Video Music Awards dei primissimi di Settembre, (poco meno di una settimana prima dell’attacco terroristico alle Twin Towers) che la macchina da guerra Linkin Park si presentò al mondo con tutta la sua potenza di fuoco possibile, fino a quel momento forse la più alte mai registrate in un evento live trasmesso su scala globale ad una platea essenzialmente popolare. Il programma era agli apici, e a delle star veniva concesso l’onore di aprire le danze presentando gli ospiti. A Ralph Dale Earnhardt Jr. noto pilota americano di auto da corsa, nonché figlio d’arte e icona dell’automobilismo a stelle e strisce, il compito di presentare la band.

 

 

Un po’  impacciato e visibilmente emozionato, il pilota si presenta sul palco e al suo ingresso è associato come brano di sottofondo Rollin’ dei “rivali” Limp Bizkit, ironia della sorte all’apice del loro successo nella scena Nu Metal americana. Aprì la breve presentazione con una frase traducibile in: “mi piace la musica che è come le auto che guido, veloce e rumorosa. Loro non raggiungeranno la mia velocità ma di sicuro fanno un gran casino”.

I Linkin Park si presentarono sul palco del Metropolitan Opera House di New York con delle magliette a maniche corte e dei vestiti casual, ma soprattutto arrabbiati all’estremo, come se già si trattasse dell’ultima occasione della loro vita per impressionare il mondo. Alle loro spalle un trio di dj, gli X-Ecutioners, scratchava sui dischi, forse per molleggiare il suono del brano One Step Closer e renderlo più affine alle grandi platee che in diretta o in differita assistettero allo show. All’urlo “Shut Up!”, che negli anni diverrà il grido simbolo delle sue capacità canore, Bennington pareva quasi essere uscito fuori di senno; non sembrava di assistere ad uno spettacolo di MTV, o meglio ero incredulo a ponderare come potesse essere la stessa emittente televisiva che qualche minuto prima mi riempiva di agonia con il Sole, Cuore, Amore di Valeria Rossi. Quasi alla fine della performance, quando ormai le corde vocali di Bennington chiedevano pietà e la schiena del chitarrista Brad Delson chiedeva una sedia, spensi il televisore e pensai: “questi sono troppo fuori di testa per me”.

Dopo un paio di mesi un ritaglio di giornale afflitto sul muro della mia stanza recitava: “Hey Mr. Durst, adesso tocca  a noi” con sopra il faccione dei sei e affianco un paragrafo dedicato agli Staind, anche loro in clamorosa ascesa nella scena rock americana. Osservandolo spesso mi ritrovavo a riflettere e a ripensare a quella performance, a Durst, leader dei Limp Bizkit, e alla loro hit scelta dalla trasmissione come sottofondo alla presentazione della performance dei nuovi detentori dello scettro di paladini del Nu Metal; ironia della sorte, il beffardo passaggio di consegne era ormai avvenuto, contestualmente al mio beffardo ingresso nel mondo dei Linkin Park.

 

HISTORY: RELATIVE DEGREE, XERO e HYBRID THEORY

Riuscire ormai a reperire informazioni sull’origine di una band, in particolare se si tratta di una delle più note dell’era digitale, è roba da ragazzi, anzi ormai da bambini, vista la familiarità con cui gli stessi attingono alle nuove tecnologie e la rapidità con cui imparano a rapportassi con esse. Per comprendere a pieno il senso di questo scritto, bisogna necessariamente fare uno sforzo maggiore, e tentare di immedesimarsi nel contesto artistico e perché no, per quanto difficilmente ricostruibile, anche in quello sociale, nel quale i giovanissimi Linkin Park si trovarono a convivere. Il nucleo primordiale della band si conobbe alla UCLA, la più nota Università dello stato della California, e questo già di per sé rappresenta a pieno una caratteristica peculiare e rara nel mondo musicale, in particolare nella scena rock. Un’ università di tale prestigio mondiale non è esattamente un contesto nel quale dei ragazzi disagiati possono conoscersi, il che lascia intendere che vi siano delle buone possibilità che gli interessati possano appartenere ad un ceto sociale di rilievo, oltre a vantare ottimi standard culturali. Non a caso infatti Brad Delson, riccio chitarrista fanatico dei Metallica e fondatore della band, soprannominato BBB (Big Bad Brad) mancherà l’appuntamento con la sua seconda laurea in giurisprudenza, ma soltanto dopo quella ottenuta in comunicazione; il giovane batterista Rob Bourdon vantava in famiglia rapporti amichevoli e confidenziali con Joey Kramer, batterista degli Aerosmith. Joseph Hahn, DJ di origini coreane della band, può contare su studi cinematografici, così come altri membri della band hanno all’attivo studi universitari e corsi in centri privati per graphic designers. In sostanza la condizione di partenza della prima formazione nota come “Relative Degree”, e la cui composizione includeva Brad Delson e proprio Bourdon, godeva di una formazione culturale e collocazione sociale non indifferente, un patrimonio umano che inevitabilmente gioverà alla consapevolezza e alle conseguenti direzioni della band, che da lì a pochi mesi traguarderà obiettivi straordinari ma affronterà anche numerosissimi ostacoli.

Il progetto “Relative Degree” morì sul nascere, secondo alcuni subito dopo la prima esperienza dal vivo, sostituita dal progetto “Xero” con l’ingresso di Mike Kenji Shinoda, rapper, chitarrista, pianista, disegnatore, che diverrà il cervello della band, di DJ Hahn, di Dave Farrell e di Mark Wakefield, primo vocalist della band.

Una delle caratteristiche che più mi incuriosii fu quella dettata dalla volontà di fusione di elementi distinti fra loro, e che poi si è riversata inevitabilmente nel percorso artistico degli Xero. In alcune interviste rilasciate durante gli esordi come Linkin Park, alcuni membri del gruppo (presumibilmente Shinoda e Delson) ammisero che erano affascinati dagli esperimenti di incroci filo-botanici tra frutta e verdura. Quella che può sembrare una banalità, è da considerarsi invece una vera e propria caratteristica forgiante la propria curiosità.

Come riportato ufficialmente dal produttore discografico Jeff Blue, gli Xero però ebbero forti difficoltà a convincere le case discografiche a farsi promuovere, con ben 43 etichette che si rifiutarono di sottoporre loro un contratto, una situazione a dir poco sconfortante che indusse Wakefield e Farrell (che tornò qualche anno dopo) ad abbandonare il progetto. Tramite contatti del produttore discografico Jeff Blue, nel 1999 si arrivò a Chester Bennington, giovane cantante di Phoenix, Arizona, militante nella band grunge Grey Daze. Stando alle dichiarazioni di Blue, avrebbero contattato Bennington chiedendo lui se “volesse fare la storia diventando il prossimo grande cantante in una band di cui nessuno ancora aveva sentito parlare”. Chester avrebbe colto l’opportunità con entusiasmo abbandonando la festa del suo compleanno per cantare sulle demo pervenitegli. Il produttore rimase sconvolto e incantato dall’interpretazione vocale di Bennington, contattò quindi Brad Delson e Mike Shinoda dicendo loro che Chester era in direzione Los Angeles. Nel frattempo Delson che aveva ascoltato le demo registrate da Bennington, si emozionò a tal punto da arrivare quasi a commuoversi: “è così delicato nelle strofe e così armonioso nelle parti dure… dobbiamo incontrare questo ragazzo!” Nell’ ufficio di Blue si presentò, a suo dire, un giovanissimo ragazzo sorridente e timido; nemmeno lui credeva che quella persona davanti ai suoi occhi, impacciata e con degli occhiali a fondo di bottiglia, era lo stessa che aveva registrato quella voce. L’aspetto curioso di tale storia, è che Bennington aveva molta paura per ciò che stava per accadergli. Con pochi, pochissimi soldi da parte, sposato da poco tempo con Samantha Olit e con un bambino, il piccolo Jamie avuto da una precedente relazione, da accudire. Dall’altra parte la band invece, probabilmente anche forte della breccia sul produttore americano e viste le parole al telefono di apprezzamento dello stesso nei confronti di Chester, si sentiva già pronta a conquistare il mondo.

Dopo il suo ingresso il gruppo cambiò il nome in “Hybrid Theory”, ma stando a delle loro dichiarazioni risalenti agli inizi del duemila, un’altra band, i gallesi Hybrid, tramite l’ausilio di legali, imposero loro un cambiamento di nome. Col senno di poi, una scelta commerciale nefasta, se si considera al latere del successo e con l’ingresso nel mondo digitale, cosa avrebbe significato per gli sconosciuti “Hybrid”, essere protagonisti collaterali delle ricerche web dell’intero pianeta relativamente a quelli che sarebbero dovuti essere gli “Hybrid Theory”.

 

 

C’è un Lincoln Park in ogni angolo degli Stati Uniti” esternò Chester, dopo un giro tra le strade di Santa Monica. La band, mantenendo fede alla teoria ibrida e della mescolanza di generi già coltivata dai tempi degli Xero, cambiò ufficialmente nome in Linkin Park, ma conferì al disco di debutto proprio le parole concepite per identificare al meglio la propria essenza, la propria identità, il proprio DNA, in modo da creare un legame identitario indissolubile, quasi etereo: HybridTheory. Due parole che resteranno per sempre associate all’immaginario collettivo che accompagnerà la band alle porte spalancate verso l’ ingresso nella storia.

 

PRODUZIONE IBRIDA

 Il processo di produzione di Hybrid Theory fu qualcosa di difficilmente visto fino ai duemila. Negli anni del “plug and play” musicale, della musica creata, suonata e registrata, i Linkin Park andarono esattamente nella direzione opposta. Prove di sessioni, diverse demo, registrazioni, mixaggi al limiti del maniacale, furono alla base del concepimento del disco. Ancora oggi è possibile reperire e ascoltare in portali come Youtube, delle versioni demo di tutte le dodici tracce che vennero selezionate per entrare nel disco (con scarti a posteriori considerabili d’eccezione), caricate e diffuse con improbabili rispetti del copyright da parte di utenti privati, e in cui è possibile ascoltare e percepire l’intero percorso di concepimento del disco; demo modificate nella struttura, nei testi e nella produzione. Ad esempio il primo nome del brano Crawling era Under Attack, mentre quella In The End, che diverrà uno dei brani simbolo della storia del rap/rock moderno, venne registrata e catalogata con un banale The Untitled. Tendenzialmente la composizione primordiale e rozza del disco, virava maggiormente verso il rapcore e meno verso strutture più consone al rock moderno. In sostanza le strofe rap e le rime di Shinoda, amalgamate con gli scratch di DJ Hahn, godevano di spazi ancor più rilevanti rispetto a quelli che li vennero conferiti nella fase finale della produzione.

 

 

A tal proposito il produttore ufficiale del disco fu Don Gilmore, figura in ascesa nella produzione Nu Metal dei duemila, ad accompagnare Jeff Blue, a posteriori registrato come produttore esecutivo, storicamente una figura, manco a dirlo, “ibrida” nella storia della musica, a metà tra il supervisore del progetto e chi, per quel progetto si gioca l’immagine mettendoci firma e faccia. A completare il team un sound engineer d’eccezione, Andy Wallace, uno che, tanto per dire, aveva già mixato per Nirvana, Rage Against The Machine, Faith No More, Limp Bizkit e che in quel 1999, anno che precedeva la pubblicazione di Hybrid Theory, si era già portato a casa un Grammy come miglior ingegnere del suono per un disco di Sheryl Crow. In sostanza la produzione del disco fu affidata ad un big team della produzione e del mixaggio, un fattore determinante per il successo del disco; processi che in maniera inevitabile s’ incastrano con la direzione artistica di un disco, a maggior ragione se lo stesso è concepito per provare ad entrare nella storia, come profetizzato da Jeff Blue. È per questo motivo che, molto probabilmente, la selezione dei brani fu spietata, a tal punto da scartare canzoni come My December (utilizzata come b-side di One Step Closer), High Voltage,  And One, Carousel; brani che avrebbero fatto la fortuna del 99% delle band Nu Metal del periodo ma che furono messe da parte (con dei ripescaggi destinati alla versione deluxe del disco) perché non considerate in linea con il concept di Hybrid Theory: probabilmente considerate troppo rapcore (High Voltage), troppo ruvide (And One) o troppo poco melodiche (Carousel).

 

Alcune di queste verranno rielaborate nel successivo remix album di Hybrid Theory, Reanimation (un disco remix da oltre tre milioni di copie vendute) e prima ancora in un disco non ufficiale (un concetto che oggi dove tutto è potenzialmente prodotto, si fa fatica a concepire) Splitting The DNA: scissione del DNA, un concetto quello della fusione di un carattere prestabilito (il DNA inteso come codice musicale), che si dimostra quasi un’ossessione per la band.

Hybrid Theory doveva però essere un lavoro perfetto, nel senso sistematico e scientifico del termine. Per volontà della band, dei produttori spinti dalla Warner, poteva e non doveva esserci spazio per interruzioni, per cali di attenzione o aumenti eccessivi di potenza, per chitarre acustiche o per sperimentazioni che potessero aggirare dei parametri studiati e prestabiliti; la discontinuità non poteva essere concepibile. Fatta eccezione per la traccia strumentale Cure For The Itch tutti i restanti brani a completamento dei 37 minuti e 45 secondi del disco, sono contraddistinti dalla presenza di pesanti chitarre a suono amplificato, da taglienti strofe rap, da ritornelli prevalentemente melodici stroncati quasi metodicamente da bridge aggressivi, e segnati da una costante presenza di scream per conto della voce di Chester Bennington, ai limiti dall’ enfasi più che dalla tecnica ai limiti dell’incredibile.

 

 

Il disco doveva suonare perfetto, con tutte le accezioni positive e negative del termine. Non furono in pochi, soprattutto negli ambienti Metal, a stroncare il successo del disco: i Backstreet Boys con la chitarra fu una di quelle affermazioni che più mi fecero sorridere, tra le tante di artisti come Chino Moreno (Deftones) o Jonathan Davis (Korn), all’epoca paladini del genere, legittimamente un po’ risentiti del boom spropositato dei nuovi arrivati, ma che presto o tardi accetteranno di collaborare con gli stessi; Davis nel 2002 per il remix di One Step Closer contenuto nel già citato Reanimation, Marilyn Manson per quello di By Myself e più tardi Moreno, nel 2018, per la traccia Lift Off, facente parte di Post Traumatic, primo disco solista di Mike Shinoda.

Un altro fattore che si rivelò vincente fu quello relativo alla polivalenza dei testi. Seppur riconosciuto anche dalla stessa band come un album dai contenuti pessimistici, di denudazione della fragilità dell’uomo nel segno di un isolamento che non pone freni al nichilismo e alla rassegnazione (ci ho provato e son finito lontano/ma alla fine non ha nemmeno importanza, In The End) la caratteristica nodale dei testi dei Linkin Park fu l’impatto delle parole e delle rime della coppia Bennington/Shinoda. Nel contesto musicale del momento, Hybrid Theory rappresentò il primo album catalogabile nella macro categoria del “Nu Metal” (il bassista Dave Farrell ha sempre esternato il suo disappunto rispetto a tale etichetta) privo di ogni forma di explicit lyrics, di volgarità di ogni tipo o di accuse esplicite verso soggetti, organizzazioni, ivi compresi partiti politici e associazioni di varia natura. In seconda analisi è evidente l’assenza esplicita a riferimenti di natura sentimentale, aspetto che avrebbe fatto facilmente breccia in un pubblico adolescenziale, a dispetto di un ampio spazio dedicato alle concause, come la solitudine, il senso di abbandono o di lontananza, che possono portare a situazioni di legame o di allontanamento tra due individui. Questo discostarsi dal linguaggio più familiare ad un pubblico essenzialmente giovanile, favorì l’avvicinamento, soprattutto in patria, di un pubblico più maturo; genitori e adulti non disdegnavano ad accompagnare i propri figli ad un concerto della band poiché rappresentava in qualche modo, una svolta pulita di un certo modo di concepire rock e metal tipicamente volgare nell’ espressività. Un altro aspetto che svolse un ruolo chiave per l’accrescimento globale del successo del disco.

 

L’ IMPATTO GRAFICO, VISIVO E DEI VIDEOCLIP

Come spiegato in precedenza, l’immagine ebbe un ruolo determinante nel consacrare il debutto dei Linkin Park come tuttora il più imponente del terzo millennio. Nello specifico i videoclip di Hybrid Theory saranno ricordati dai fan e non solo, come tra i più spettacolari e sensazionalistici degli ultimi anni.

 

 

Nell’ordine e in concomitanza con la pubblicazione dei singoli estratti dall’ album, la band registrò videoclip per i brani One Step Closer, (questi un oggetto misterioso in Italia), Crawling, Papercut, In The End e Points Of Authority; ben 5 videoclip su un totale di 11 brani, se non si considera la traccia strumentale. Una percentuale non indifferente, dettata sicuramente da scelte discografiche della casa Warner Bros. Records, che già nel breve-medio termine risultarono premianti. La massima espressione dei primi anni duemila in ambito musicale fu rappresentata proprio dai videoclip, data l’ irrefrenabile ascesa delle emittenti televisive a tema musicale.

La band si contraddistinse per dei costosissimi contenuti videografici, che con l’ausilio della computer grafica si distinguevano per innovazione e spettacolarità, con idee figlie di un processo di elaborazione interno alla band, visto che il regista di buona parte dei videoclip dei primi due album sarà lo stesso Joseph Hahn, DJ della band. Laddove Hahn non ha operato, i lavori furono assegnati ad esperti del settore, come Greg e Colin Strause, (gli stessi alla regia di un capitolo della saga colossal Alien Vs. Predator) che diressero il videoclip di Crawling, tra i più simbolici e ricchi di enfasi della loro carriera, brano che nel 2002 condurrà la band alla vittoria del primo Grammy della loro carriera per la categoria “Miglior Performance Hard Rock”.

 

 

L’impatto visivo rappresentato dalla veste grafica acquisì la stessa importanza di quello sonoro, in tal senso la storica copertina del disco rappresenta un ulteriore elemento di riflessione.

 

Un soldato con le ali di libellula, con gli stessi insetti che girano liberamente nella tetra stanza ambiente del videoclip di Papercut, a rappresentare la “durezza del suono unita alla delicatezza”, un “LP Soldier” che in breve tempo divenne icona del suono della band, e che un tatuatissimo Chester Bennington decise di incidere indelebilmente sul suo polpaccio sinistro. Il disegno, frutto dell’ estro artistico di Mike Shinoda, è ispirato alle prime opere di Banksy.

 

I colori dei videoclip si accendono di pari passo ai coloranti che i due cantanti utilizzano per divertirsi con pettinature sempre più stravaganti; come già evidenziato furono 11 le acconciature che Bennington proverà in tutto il 2001, mentre Shinoda si limiterà ad appariscenti cambi cromatici. Un’ energia senza freni unita ad un’ immagine trasgressiva ma solo nel look, dato che la band diverse volte si impegnava nel dichiararsi lontana dall’uso di droghe e alcool (con particolare riferimento alle preparazioni dei loro live, associando ad essi dei consumi di succhi di frutta e bevande analcoliche) ha fatto sì che il fenomeno Linkin Park suscitasse curiosità divenendo attraente anche ai più distanti, anche per motivi anagrafici, da certi eccessi a cui storicamente il mondo del rock ci ha abituati. Scrutando il pubblico dei loro primi eventi dal vivo, non era infatti raro intercettare, soprattutto negli USA, famiglie a seguito di figli e nipoti. Tutto ciò favorì l’ incredibile ascesa della band, mai misurata nella scena Nu Metal fino a quel momento, che in poche settimane vide crescere il numero delle copie vendute in maniera esponenziale. Ricordo precisamente come MTV Italia, all’epoca sostenitrice dell’acquisto della musica attraverso dirompenti spazi promozionali, non riuscì nemmeno ad avere il tempo di aggiornare i dati relativi alle vendite del disco, che a distanza di pochi giorni si ritrovava sistematicamente costretta a rivisitare gli spot aggiornando i dati di vendita: roboanti spazi pubblicitari omaggiavano le “oltre 3 milioni di copie vendute” che divennero rapidamente 4.5, poi oltre 7, fino a superare i 10 prima della fine del 2001.

L’apice del successo e dell’impatto grafico della band è senz’altro definito da In The End, che non mancherà l’appuntamento con la vittoria come Best Rock Video agli MTV Awards 2002, con un costo dichiarato di oltre 500 mila dollari. Un video iconico, che su YouTube ha superato il miliardo di visualizzazioni e che in quell’anno straordinario per i Linkin Park sancì il loro ingresso nel mainstream e quindi nella storia della musica contemporanea.

 

 

 

 

 

 

 

Le radio e le TV statunitensi, storicamente più attente di quelle europee quando si tratta di sponsorizzare interi album, non si risparmiarono a fornire visibilità anche a brani che non vennero scelti come singoli.

Ad esempio la traccia With You venne scelta come colonna sonora di una puntata della serie televisiva fantascientifica Roswell.

Toccò al videoclip di Points Of Authority, diretto da Nathan Cox e sprovvisto di effetti speciali, fotografare e consacrare l’annata indimenticabile della band attraverso un montaggio dei momenti salienti dell’anno e degli oltre 300 eventi dal vivo, che contribuirono a far conoscere le performance dal vivo della band all’intero  pianeta.

 

 

 

 

 

 

 

A testimonianza dell’affetto e della cura maniacale verso la qualità dell’impatto grafico, in prossimità dell’anniversario dei venti anni di Hybrid Theory, la band ha recentemente rilasciato sui suoi canali ufficiali i videoclip del disco in qualità Full HD. Una chicca estetica dedicata ai primi fan della band.

EPILOGO: HYBRID THEORY, L’EREDITÀ DEI LINKIN PARK A VENTI ANNI DI DISTANZA

 In precedenza si è analizzato cosa può aver fatto sì che Hybrid Theory divenisse un disco in grado di segnare una generazione in una maniera singolare, raramente registrata nella storia della musica contemporanea. Con 27 milioni di copie all’attivo, è il disco più venduto al debutto nella storia della musica contemporanea, restando per oltre 50 settimane nelle prime cinque posizioni delle classifiche statunitensi; dati che assumono ulteriore valore se si considera come, al netto delle preferenze personali, i suoni che lo costituiscono non sono oggettivamente tra i più convenzionali e familiari alle grandi masse, seppur nei duemila le stesse erano più affini a strutture musicali di natura rock, senz’altro di più di quanto non lo siano le attuali generazioni. Al momento della stesura di questo testo, la band e in generale il mondo musicale è intento a celebrare tale anniversario, che cade per l’appunto a venti anni da quel 24 Ottobre 2000, giorno della pubblicazione del disco.

Come già accaduto nella storia, i dibattiti dovuti all’impatto che un album di tale portata può avere sulla cultura artistica e musicale, porteranno difficilmente a risposte del tutto esaustive.

HYBRID THEORY COME NEVERMIND?

Si consideri a titolo esemplificativo, le piogge di critiche che seguirono la pubblicazione di Nevermind, storico disco dei Nirvana del 1991, reo di aver banalizzato l’enfasi culturale e sociale del grunge a tal punto da privarne di senso ed identità. In qualche modo, a dieci anni di distanza, ai Linkin Park venne imputata un’accusa similare, quella di aver modificato  irrimediabilmente il DNA del Nu Metal, rendendolo appetibile alla massa e quindi distruggendolo. Hybrid Theory entra quindi di diritto in quella schiera di dischi che, pur non essendo “Pop” dal mero punto di vista musicale, lo diventano definitivamente per conquista della popolarità. È un argomento di costante dibattito oltre che un tema controverso, poiché nell’universo musicale, il concetto di popolarità è sempre combaciato con quello del successo e di strutture musicali in grado di fare breccia facilmente nel cuore delle masse. Ascoltato e analizzato il disco, il mix di suoni armoniosi e acidi, le tagliate rime rap, gli scream, le chitarre super amplificate, l’industrial e i campionamenti elettronici, non lascerebbero però intendere l’esistenza di un legame diretto con tali caratteristiche.

Uno dei punti di forza della band è caratterizzato proprio dalla volontà di superare definitivamente le barriere di genere, più di quanto la scena rock e metal del periodo non avesse già fatto, come dimostra la creazione del Projekt Revolution. Il progetto consisteva in una serie di tour annuali il cui obiettivo era quello di riunire in concerto alcuni dei nomi più celebri del mondo hip hop, rock e metal, in modo da rendere popolari questi generi presso fasce di pubblico più abituate solo all’uno o all’altro stile musicale, idea che agli inizi la band utilizzò a suo vantaggio proprio per amplificare ulteriormente la popolarità di Hybrid Theory.

A tracciare la strada del successo è stata, a mio parere, la componente melodica che è riuscita a fungere da collante rispetto alle varie strutture sonore, proprio come accaduto per Nevermind dei Nirvana; forse è in questo che risiede la sottile differenza tra suonare Pop ed esserlo, ed è in questa fase che entra in gioco il mix decisivo di talento, costanza, creatività, passione e tantissima intelligenza. Per arrivare a comporre con tale dedizione e arrivare a raggiungere dei risultati straordinari in così breve tempo, serve che tali variabili siano presenti, oltre che accompagnate da un pizzico di fortuna.

 

 

Come già esposto in precedenza, i Linkin Park sono figli di scelte e percorsi formativi e artistici particolari, contraddistinti da un’applicazione intellettuale polivalente molto rara nel mondo musicale. Mike Shinoda è considerabile come il primo rapper dell’età contemporanea in grado di suonare diversi strumenti, tra cui pianoforte, chitarra, flauto, oltre che essere in grado di comporre, di produrre, ma anche di dipingere e di disegnare; il cervello della band è un artista con la A maiuscola. Chester Bennington, figlio illegittimo non riconosciuto del grunge, è stato un pozzo senza fondo di emotività e sensibilità, che hanno giovato all’utilizzo della sua voce e all’ accrescimento di una capacità compositiva invidiabile, oltre che un frontman in grado di far parlare di sé per la sua musica e per l’interpretazione della stessa, mai per eccessi poco professionali o maldestri. Per questo è non solo quindi, un uomo deceduto ma che scomparso non lo sarà mai, in grado di suscitare emozioni parlando della realtà nuda e cruda, perché, come affermò lui stesso, la vita non è solo “rose e fiori”. Joseph Hahn si è dimostrato un eccentrico disc jockey con la passione per l’elettronica, per la cultura asiatica e, come già evidenziato in precedenza, per la sceneggiatura cinematografica; il resto della band ha sfoggiato una capacità di fare gruppo e musica molto rara nel mondo musicale, complementare all’idea che costituisce l’identità dei Linkin Park, oltre che di utilizzare al meglio Internet (nei primi anni il sito web era seguito direttamente dalla band) con approcci costruttivi fin dagli esordi. È una complessa amalgama di stimoli, di capacità, di caparbietà e di intelligenza stimolata per essere applicata; probabilmente oltre a della musica irripetibile e straordinaria, emulata a seguire da innumerevoli band che si perderanno nel dimenticatoio, la più grande eredità che Hybrid Theory ci può lasciare è legata proprio alle caratteristiche umane straordinarie di questa band, indispensabili per far sì che l’anonimato diventi in pochissimo tempo storia, e che quindi poco più di trenta minuti durino per sempre.

È possibile quindi considerare l’eredità di Hybrid Theory un punto di partenza anziché di arrivo per la scena musicale? Questo non è dato sapersi, sicuramente la scena rock non ci consegna un esordio di questa portata da ormai troppo tempo, e questa di per sé rappresenta una prima interessante risposta.

Mentre meditate, vi lascio alle parole della band per la celebrazione di questo anniversario:

Tutta la gratitudine ai nostri fan che hanno reso possibile questo viaggio epico che abbiamo iniziato 20 anni fa. Dedichiamo la nostra musica a voi. Vi dedichiamo nuovamente la nostra ‘Teoria ibrida’.

Non è fumosa nostalgia, è concreta realtà. Siete ancora diffidenti? L’edizione del ventesimo anniversario è l’ opportunità per ricredervi e di diventare, dopo venti anni, dei veri LP soldiers.







D’altronde l’eredità della vera musica qual è, se non quella di restare immutabile dinanzi all’ inesorabile trascorrere del tempo?

In una recente intervista Mike Shinoda ha affermato: “una sera ho deciso di fermarmi lì [un piccolo studio di registrazione a West Hollywood] per la notte e in quell’occasione ho composto In the End. La canzone parla della strana battaglia contro la disperazione e la natura effimera del tempo e delle nostre vite. E la cosa davvero assurda di questo pezzo è che parla di queste cose e dice ‘Non ho alcuna risposta’. Di solito le canzoni non dicono di non avere risposte, giusto? È come se questo pezzo, a livello lirico, girasse in circolo, intorno a sé stesso. Da giovane ragazzo quale ero, era proprio così che mi sentivo. È così che ci sentivamo tutti. Non sapevamo che farcene delle cose e, in un certo senso, è così ancora oggi. È un concetto universale e senza tempo”.

Hybrid Theory venti anni dopo, direi che basta così; spegniamo lo smartphone e accendiamo lo stereo.

Giancarlo Caracciolo