Anche chi come me non ha mai guardato X-Factor perché non crede in un prodotto musicale proveniente dalla TV generalista, non può non essere rimasto indifferente rispetto all’ ascesa dei Maneskin. I ragazzi romani quel talent in realtà sono riusciti a vincerlo pur perdendolo, al netto di plausibili benedizioni per mano di chi il rock, almeno in Italia, lo ha davvero caratterizzato e personalizzato, quel Manuel Agnelli che in breve tempo è riuscito a fuggire repentinamente da X-Factor bollandolo come macchina da soldi, salvo poi ripensarci, rimettendo i piedi negli studi del Mediolanum Forum dietro le telecamere di Sky Uno.

Noteremo come la contraddizione di Agnelli è legata a doppio filo a quella dei quattro ragazzi.
Partendo dalla loro contraddizione, delineata da quello che è il destino li riserverà in seguito. Il successo che esplode in Italia col brano “Torna a Casa” il più noto del disco di debutto “Il Ballo Della Vita”, un melanconico richiamo al cantautorato italiano, che poi muta diventando qualcos’altro: un fenomeno del web per dei tormentoni glam rock di forma, pop di sostanza; ascoltati ovunque, per merito innanzitutto di una cover, quella di “Beggin'”, che senza valutarne il valore è ad oggi di gran lunga il loro brano più ascoltato sulle piattaforme streaming.

Nel mezzo non consideriamo nemmeno i modesti 28 minuti del disco “Teatro Dell’ Ira” trascinato da “Zitti e Buoni” che porterà loro alla vittoria di Sanremo e dell’ Eurovision. Senza entrare nell’oggettività della qualità del disco, concentriamoci quindi sul parere dalla critica nostrana divisa tra gli entusiasti, come la redazione di Rockol che si espresse in questi termini: “i ragazzi suonano. Davvero. E fanno sul serio” conferendo al disco un ottimo 8.5/10, e i razionali della redazione di Onda Rock, che ha bollato l’album con un mediocre 5/10, definendo il gruppo “in crescita rispetto all’esordio, seppure senza particolari entusiasmi”.

Maneskin live at The Bowery Ballroom, New York 27/10/2021

La polarizzazione della critica come dell’opinione pubblica (oggi pubblica come mai prima nella storia) con la quale questa band è oggetto di dibattiti quotidiani, è quindi in realtà la loro vera forza, prima ancora della musica suonata, e questo è di per sé già un fattore determinante. Perché questo fenomeno si sposa perfettamente nell’era musicale del “purché se ne parli”, certificata dalla discutibile scelta di Billboard, storico magazine americano e della musica mainstream, di classificare anche le visualizzazioni Facebook, integrandole come dato in grado di influenzare le classifiche facilitando la scalata nelle posizioni di classifica che contano.
https://www.billboard.com/articles/news/9533974/billboard-charts-facebook-music-video-streams
In virtù di ciò è evidente come il nuovo mercato della musica abbia bisogno di entrambe le facce della medaglia. Gli haters servono almeno quanto gli adulatori, poiché in entrambi i casi gli ascolti, i clic, i commenti di sostenitori e detrattori, sono tutti dalla stessa parte, quella dell’artista o presunto tale, senza se e senza ma. Se ti amano sei sulla bocca e sullo smartphone di tutti, se ti odiano anche, e forse ancora di più.
E allora mentre il Regno Unito ignora il fenomeno italiano il cui disco non riesce in tutto l’arco dell’anno ad entrare nelle classifiche UK https://www.officialcharts.com/chart-news/official-top-40-biggest-albums-of-2021-so-far__32850/
se non nelle charts dei singoli in punta di piedi alla posizione #35 col brano “I Wanna Be Your Slave” (dati aggiornati ad Ottobre)
https://www.officialcharts.com/chart-news/official-top-40-biggest-songs-of-2021-so-far__32847/

in USA la musica cambia, e cambia la musica: quattro pezzi appunto nella classifica Billboard Global Chart, ospiti da Jimmy Fallon (col quartetto ancora una volta a proprio agio davanti alle telecamere).
Una consolazione può esser data da un aspetto: dopo anni dove un certo tipo di musica ha sconvolto il nostro Paese, non cantata, non suonata e priva di ricerca (una bolla tamarra e tossica) il rischio di varcare i confini con qualcosa di non credibile alla base, e forse nemmeno presentabile, è stato evitato, semmai ci fosse mai stato. Il rammarico è, per quanto mi riguarda, quello di aver raggiunto questo risultato in maniera distorta, e detto chiaramente senza offrire un sound innovativo o ricercato; e in tal senso fa ancora più specie il ruolo e lo scalpore che una cover può determinare.
Tornando allo show americano, Fallon ha dulcis in fundo, annunciato la loro apertura ai Rolling Stones prevista il 6 Novembre a Las Vegas.
Un paradosso nel paradosso, quello di una band come i Rolling Stones che, nonostante oltre mezzo secolo di carriera nell’ Olimpo della musica, non tiene il confronto coi numeri dello streaming dei quattro romani; e quello di quattro romani che apriranno ai Rolling Stones senza aver venduto un milionesimo dei loro dischi, in USA come nel resto del mondo. Un concerto che in tal senso segnerà quindi l’ennesima contraddizione dei tempi che cambiano, di cui questa band e il loro staff si nutre.
È evidente quindi che ormai la partita si gioca su un altro livello. Il parere della critica e del pubblico che sia favorevole o meno conta poco, la qualità della musica ancora meno: ciò che importa sono le strategie di marketing e che di un artista si continui a parlare in un modo o nell’altro. Lo conferma in un certo senso proprio il loro padrino Manuel Agnelli: “non ha senso l’analisi musicale dei Maneskin e di cosa sia o non sia oggi rock and roll”. Un bel modo di mettere le mani avanti; fatto sta che quando si parla di musica, una band non può che essere valutata essenzialmente da quello, altrimenti si sta parlando di qualcos’altro, fenomeno per l’appunto, come potrebbe esserlo un influencer di Instagram prestato alla musica.
Tornando alla band, con questo valore intrinseco possono arrivare ovunque e senza avere necessità di durare nel tempo, canonico metro della longevità di un prodotto, ma cavalcando in maniera fulminea l’effetto virale, dimostrando quindi che oggi si può volare da X-Factor a Las Vegas in un batter d’occhio, quasi con la stessa velocità con la quale la rete li ha resi celebri.
I canoni del successo e il suo stesso significato sono stati completamente stravolti in una manciata di anni, quelli dell’ingresso nel nuovo mondo iperconnesso, perché a comporre le nuove vendite (più che a renderle credibili), non sono più vinili e CD (con l’acquisto sostituito dalla gratuità) ma le stories di Instagram, gli stream di Spotify, i video di Tik Tok; e allora il gioco è fatto. La loro musica risponde a questi ritmi: facili, gratuiti e veloci, come i ganci delle loro hit che sostituiscono i ritornelli e in dieci secondi entrano in testa, degni del miglior peggior tormentone pop estivo.
E allora si che “I Wanna Be Your Slave” la si comprende con lo sforzo di un ascolto che a fatica si fa strada oltre il martellante gancio per entrare nel senso delle parole, e per capire che Damiano David ha ragione da vendere quando ripete: “I wanna be your master”; poiché tra sostenitori e detrattori gli schiavi siamo noi.

G. Caracciolo