(fotografie di repertorio)

Scrive Cesare Pavese ne La luna e i falò: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” o comunque, prima o poi, verrà a cercarti, aggiungerei io. Chiunque abbia lasciato un luogo di origine e/o d’appartenenza, per un motivo o per un altro, non può fare a meno di riconoscersi in queste poche righe e in quegli odori. Lo stesso vale per me, emigrata ancora più a Sud, accolta da una terra splendida, quale la Puglia, tanto bella quanto martoriata come la mia ma, allo stesso tempo, completamente diversa dal mio habitat naturale. Stasera io, montemilettese “nata cresciuta e pasciuta”, ho respirato aria di casa. L’Irpinia ha chiamato e lo ha fatto dal suggestivo parco archeologico di Egnazia, attraverso la presenza, la sostanza e l’estrosità di Vinicio Capossela, uno degli ospiti d’onore del Locus Festival e ormai una vera e propria istituzione nel panorama musicale campano e nazionale.

In passato, ho avuto la fortuna di vederlo tante volte: a teatro, nella sua Calitri per lo Sponz, a Taranto per l’Uno Maggio. Lo zio che tutti vorrebbero avere. Quello, apparentemente introverso, che tiene banco ai lunghissimi pranzi coi parenti nei giorni di festa, quello che tramanda ricordi e tradizioni. Quello che ti tiene inchiodato al tavolo e al bicchiere coi suoi racconti e che sa come strapparti un sorriso e anche una lacrima – l’eterno conflitto tra “L’uomo vivo” e “Il povero Cristo”. Quello che ogni risata è un brindisi e ogni brindisi è un ringraziamento, in musica e prosa, all’Amore, alla Morte, alla Vita.

Da “buon lupo irpino” mi metto in marcia, certa di una serata che lascerà il segno! Ed eccomi qui, nell’antica Gnathia “costruita sulle acque tempestose” e importante città del mondo antico, grazie alla presenza del porto e della via Traiana (collegava Beneventum a Brundisium… vedi il caso!), cornice perfetta per il vaso di Pandora, che sarebbe stato aperto di lì a poco.

Mascherina, distanziamento, posti singoli e per congiunti, “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.”

Il sold out annunciato da giorni e la presentazione all’evento non hanno lasciato troppo spazio all’immaginazione. Il “capitano “Vinicio-Achab” presenta, con Vincenzo Vasi, “l’uomo-orchestra, rumorista intratterreste”, uno spettacolo narrativo con piano, voce e strumenti “che insieme evocano il “Pandemonium”, grande organo fatto di metalli estratti dalle viscere della terra, pare, dai sudditi del re Laurino. Questa origine ctonia conferirebbe un tono grave allo strumento, con ritmi e armonie propri di una dimensione infera, primitiva.” “Pandemonium” è anche il nome della rubrica quotidiana tenuta da Capossela durante il periodo di isolamento quarantenale, sorta di almanacco del giorno con canzoni e narrazioni, vera e propria panacea di tutti i mali. Su questa linea è stato plasmato e sviscerato l’intero spettacolo. Da buon cantastorie Vinicio, infatti, ci ha condotto in un viaggio enigmatico dalle atmosfere oniriche e ci ha affascinato con creature fantastiche, figure mitologiche e personaggi surreali. Non sono mancati nei suoi aneddoti chiari riferimenti alla contemporaneità, alla convivenza forzata col virus coronato e al vuoto che ne è derivato, alla “bestialità” dell’uomo moderno. Giusto per citarne una, ne “La peste”, il web viene visto come un mondo/malattia virale che colpisce tutti. Non sono mancati nemmeno momenti di pura goliardia: “Marcia del camposanto” ha letteralmente stregato il pubblico, che non ha potuto far a meno di scatenarsi sottopalco e “L’uomo vivo” davvero un’esplosione di entusiasmo, un inno alla gioia, che festeggia la Resurrezione e si spera, di questi tempi, sia di buon auspicio per la nostra: “Gridate! Esorcizzate! Resuscitate!”.

Sentita commozione, invece, quando ha ricordato Gianni Mura attraverso la nostalgia di “Mi barrio”, monologo che introduce “Scivola, vai via”, dedicata appunto al giornalista.

Vinicio, abile menestrello, con tanto di “cambio d’abito” (cappelli, maschere, strumenti), non ha smesso di sorprendere coi suoi simbolismi e le sue metafore, grazie al suo genio creativo e alla sua capacità di combinare sacro e profano, musica e letteratura fino ad arrivare a veri e propri “ululati” d’amore. Nel suo canzoniere, che copre trent’anni di carriera, tanti i brani proposti e non potevano mancare i suoi “cavalli di battaglia”. Ne è risultato un concerto unico nel suo genere. Un vaso, quello di Vinicio, traboccante di ”cose, che l’occhio dovrebbe trovare un grande diletto nel vedere, l’orecchio nell’udire e la memoria nel ricordare” (utilizzando le stesse parole di Richard de Fournival, autore del Bestiario d’Amore che ha ispirato il suo progetto pre-covid), cose che abbiamo l’obbligo morale e civile di diffondere e tramandare ai posteri per amore nei riguardi delle nostre radici, della Terra nel senso più ampio del termine, e soprattutto per amore verso l’Umanità.

La scaletta, così concepita, è risultata appassionata e coinvolgente. Poco meno di due ore di arte pura, di necessario, di tutto quello di cui ho sentito una mancanza lancinante in questi lunghi mesi lontana dagli eventi musicali. Un Vinicio pieno di grazia che “ti rapisce e ti coinvolge con quei suoi discorsi apparentemente astratti, ermetici ma pregni di sentimento e di poesia, di amara ironia e di gioiosa voglia di sorridere, tutti ingredienti che servono a sopravvivere a quella dolce-amara avventura che si chiama vita.”

Setlist:

  1. il grande Leviatano
  2. La peste
  3. Danza Macabra
  4. Bardamù
  5. Pryntyl
  6. I pianoforti di Lubecca
  7. Mi barrio – Scivola vai via
  8. Non è l’amore che va via
  9. Fatalità
  10. Camera a sud
  11. Brucia Troia
  12. Dimmi Tiresia
  13. Nostos
  14. Il povero Cristo
  15. Nuove tentazioni di sant’Antonio
  16. Marcia del camposanto
  17. L’uomo vivo
  18. Ovunque proteggi

Sostiene Pino Cacucci che: “le radici sono importanti nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove.” Non resta dunque che portarsi dietro alcuni luoghi, tradizioni, personaggi, attimi, come quello di stasera, e tenerli ben custoditi nella scatola dei ricordi tanto, prima o poi, verranno a cercarci.

“Guidate con prudenza e buonanotte.”

Antonella Di Benedetto