Il grande ritorno dei CCCP a Bari

Sabato, 12 luglio, alla Radio Norba Arena della Fiera del Levante di Bari, i CCCP – Fedeli alla linea hanno messo in scena la tappa pugliese del loro tour Ultima Chiamata, aprendo ufficialmente la XXI edizione del Locus Festival. Un inizio potente, impeccabile, che ha dato il via alla rassegna con un’esibizione carica di intensità e significati.

Ad aprire la serata, Alessandro Adriani: artista poliedrico, fondatore dell’etichetta Mannequin Records, capace di fondere con maestria techno, electro, industrial, cold wave, EBM e minimal synth. Il suo set ci catapulta nei club underground della Berlino notturna, con un sound ipnotico che unisce le sonorità post-punk alle atmosfere glaciali della cold wave. Rievoca l’estetica degli anni ’80, reinterpretandola con uno sguardo lucido e contemporaneo.

A seguire, La nuvola in calzoni di Vladimir Majakovskij, interpretato da Licia Lanera insieme ai Sunday Beens. Un reading-concerto intenso e visionario, capace di restituire tutta la carica dirompente e rivoluzionaria del poeta futurista russo. La voce potente di Lanera si intreccia alle sonorità live della band, infondendo nuova linfa a un testo ribelle e incendiario, che ancora oggi scuote coscienze e accende immaginari.

Fin dall’inizio, l’atmosfera si rivela intensa, attraversata da una forte carica emotiva. Ultima Chiamata non è una semplice celebrazione né un amarcord.

Oltre due ore di concerto per un pubblico eterogeneo, che è lì non solo per assistere ma per essere parte integrante del rito pagano. Perché i CCCP non sono un ricordo del passato, ma un’entità viva, radicale e radicata, necessaria.

Sul palco, Ferretti, Zamboni, Annarella e Fatur, affiancati da musicisti di peso come Ezio Bonicelli (violino e chitarra), Luca Rossi (basso), Simone Filippi (batteria), Gabriele Genta e Simone Beneventi (percussioni e tastiere), molti dei quali provenienti dagli Üstmamò. Insieme danno vita a una performance totale: teatro, installazione, denuncia, poesia.

Massimo Zamboni è una presenza silenziosa ma potentissima. Quasi immobile, assorto, è tutt’uno con la sua chitarra. Riempie lo spazio circostante, cattura l’ascolto.

Giovanni Lindo Ferretti appare come un profeta stanco, gravato dal tempo e dalle parole che canta, ora con intensità lacerante, ora sussurrando. Indossa una tuta da operaio, cammina con passo lento e misurato. Le mani in tasca, il volto scavato, la voce solenne.

«Non c’è nulla di più bello della parola che scava», scriveva Majakovskij. E le sue, di parole, scavano davvero.

Annarella Giudici, “benemerita soubrette”: tra infermiera sovietica – “Mira al cuore | Mira al cuore” – e santa laica, dea muta e sposa socialista. Cambia abiti, ruoli, funzioni. Un’eleganza composta, dall’anima eclettica, che si trasforma di continuo. Racconta con il corpo e con il silenzio. Non recita, è la scena.

Danilo Fatur, “l’artista del popolo”, è figura grottesca e disturbante. Si muove come un automa, maneggia oggetti-feticcio, lancia slogan assurdi e folli. In Vota Fatur incarna una parodia del potere, un Mussolini postmoderno, un po’ “Marinelliano”.

Ad aprire lo spettacolo, le parole di Annarella tratte da B.B.B, o meglio, dalla versione “embrionale” Sexy Soviet, che risuonano con un’attualità sorprendente:

“È tempo di disprezzo |È tempo di compassione| È tempo di disgusto | È tempo di rimozione | Di cervelli azzerati | È tempo di insoddisfatti | È tempo di pentimenti | E la voglia di vivere | In un’Europa inutile | Serpeggia sotterranea | E non riaffiora | E non è tempo | Di assaltare il cielo | Neanche di talpe | Inutili come le spiegazioni”.

Il concerto si sviluppa come un’opera teatrale distopica. Ogni gesto è misurato, ogni suono calibrato. Nulla è fuori tempo. Tutto così terribilmente attuale.

“Prima era troppo presto | Adesso sembra tardi | Ma questo è il nostro tempo. | È decadenza. | Lo è davvero. | Sceglietevi l’imperatore! | Sceglietevi l’Impero! | Tra passato, futuro | In Fedeltà la Linea C’è. | Ultima Chiamata.”

È il momento di Morire, che arriva come il vento gelido del Nord. Ferretti, solenne, con voce profonda e profetica, evoca Pasolini in un crescendo collettivo. E il pubblico non può far altro che lasciarsi sopraffare.

Seguono brani densi di pathos: Libera me Domine, Madre, Maciste contro tutti. Poi l’atmosfera cambia con l’ironia feroce di Oh! Battagliero e Valium Tavor Serenase, in una sorta di balera post-atomica.

In Radio Kabul, Ferretti aggiorna il dolore con nuovi riferimenti geopolitici: “All’erta sto come un russo nel Donbass / un armeno nel Nagorno-Karabakh.” Annarella, in burqa, è un’opera di Banksy vivente tra simboli e crolli. In Punk Islam, diventa una danzatrice del ventre: irraggiungibile, icona e oggetto di desiderio.

L’atmosfera cambia ancora nella parte centrale del live con And the Radio Plays, a cui fa seguito il valzer apocalittico di Guerra e Pace, brano oggi più profetico che mai.

Il crescendo continua: C.C.C.P., Curami, Emilia Paranoica. Il passato ritorna, la rabbia non si è mai spenta.

Il set principale si chiude con Bang Bang, unica cover della serata (nella versione degli Equipe 84), che introduce perfettamente Spara Jurij.

Nel bis arrivano i classici: Annarella, Mi Ami?, Io Sto Bene, Allarme, Noia. Infine, Amandoti. Solo violino e voce. Ferretti non canta: sussurra, si confida, quasi si affida. Il pubblico trattiene il respiro. Poi si scioglie in un coro che è memoria e liberazione. “È come se il tempo si piegasse, aprendo un varco ai ricordi, che diventano canto condiviso.” Un saluto dolce e lacerante.

La scena si svuota, ma resta densa di significato. La musica si dissolve, ma qualcosa continua a vibrare. Sul palco, un altare pagano rimasto spoglio, scende il buio. Sullo sfondo, solo una scritta luminosa: CCCP. Come quel “-3” mostrato da Annarella – simbolo non solo del conto alla rovescia dei concerti mancanti, ma di un sentito countdown emotivo – quella scritta luminosa, questa serata, questo tour non rappresentano una fine, ma consacrano qualcosa che non smetterà mai di esistere. “There Is A Light That Never Goes Out”.

Ultima Chiamata non è un ritorno, né un addio. È un atto finale di fedeltà a sé stessi. È il punto in cui musica, politica, poesia, sacro e profano si fondono.

“In un’epoca dove tutto è intrattenimento, i CCCP ricordano che la musica può essere ancora altro: gesto, disobbedienza, arte totale. Perché se l’arte non consola, allora serve a resistere”.

«La poesia è come un’ascia che spacca il ghiaccio della nostra indifferenza.» – Majakovskij

 

 

Setlist

  1. B.B. – Sexy Soviet
  2. A ja ljublju SSSR
  3. Rozzemilia
  4. Tu menti
  5. Per me lo so
  6. Morire
  7. Stati di agitazione
  8. Libera me Domine
  9. Madre
  10. Maciste contro tutti
  11. Oh! Battagliero
  12. Valium Tavor Serenase
  13. Trafitto
  14. Radio Kabul
  15. Punk Islam
  16. And the Radio Plays
  17. Guerra e Pace
  18. C.C.P.
  19. Curami
  20. Emilia Paranoica
  21. Bang Bang (My Baby Shot Me Down – cover Equipe 84)
  22. Spara Jurij
  23. Vota Fatur Encore
  24. Annarella
  25. Mi Ami?
  26. Io Sto Bene
  27. Allarme
  28. Noia
  29. Amandoti

Articolo Antonella Di Benedetto

Fotografie Iolanda Pompilio